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> Menu M.à.V. < issue # 22: ermete
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parte prima.
ermete o ermes.
si tratta di una delle principali divinità greche, nota ai romani col nome di mercurio. figlio di giove e di maia. sono numerosi e spesso opposti i suoi attributi: dio degli armenti e delle gregge; messaggero di giove e degli dei; condottiero delle anime degli estinti all'ade; dio dell'eloquenza; inventore della lira, dei pesi e delle misure; patrono dei mercanti e del guadagno e perfino dei ladri; protettore degli araldi, dei poeti, dei musici e dei lottatori.
(dialettica).
 
parte seconda.
libri ermetici.
sono diciotto libri noti col nome di poimandres (pastore di uomini), di contenuto religioso - filosofico, in forma dialogica: trattano della natura, della creazione del mondo, della divinità, della sua natura e dei suoi attributi, dell'anima umana, della conoscenza e simili. composti tra il primo ed il terzo secolo d.C., rappresentano l'ultimotentativo della filosofia pagana di opporsi al crisitianesimo confutandone le dottrine. si chiamano ermetici in quanto attributi a ermete detto trimegisto ossia tre volte grandissimo, considerato quale autore reale di ogni cosa prodotta e scoperta dalla mente umana.
(equlibri alchemici).
 
parte terza.
ermetismo.
corrente letteraria formatasi in italia nei primi decenni del secolo ventesimo sotto l'influsso dei poeti francesi stefan mallarmé e paul valéry. i poeti ermetici rinnegano il linguaggio tradizionale e vogliono giungere ad una forma di poesia pura, sfrondata da ogni elemento superfluo o descrittivo, basata sull'essenziale, intendendo per essenziale tutto ciò che serve non all'adornamento del discorso, e nemmeno alla sua logica, ma ciò che crea l'incanto lirico musicale e sentimentale. per questa assenza di logica corrente, quotidiana, il flora, nel millenovecentotrenta, applicò alla poesia pura la definizione di ermetica, sinonimo di chiusa e quindi oscura. la critica successiva ha però attribuito al termine ermetica non più il significato di oscura, ma la capacità di mettere in evidenza il carattere di estrema intensità e riservatezza spirituale del poeta, il cui linguaggio non è chiaro a tutti: per comprenderlo occorre una certa iniziazione.
(oggettivazione intimistica).
 
fG


ERMETE

| francesca | a proposito di un 21 giugno |
 
era sicura che sarebbe stata la rimozione dei sensi. La rimozione del senso ( il significare delle cose e dei movimenti),
dei cinque sensi di cui il buon signore ci diede facoltà,
dei sensi di colpa. Canonicamente.
                            Ben più difficile.
 
[ A questo punto parte una musichina, perché le musichine stanno sempre così bene ed esprimono quel rapporto con il nulla, e lo fanno esponendo se stesse – loro, che sono senza gravità - ma indicandola, la gravità ]
 
Rifletteva al ritmo e al modo delle boccate lente.
 
[ Si aspira, si trattiene]
 
Serpeggiava un che di amarognolo e impietoso.
 
[ci si alleggerisce. Sospiro uno]
 
La filigranata fattura del suo commuoversi di fronte alla momentanea sospensione del tutto.
 
[sospiri due e tre]
 
Parole destinate a decadere come parole e a farsi respiro.
 
Abbiate stomaco d’aquila, e come lei siate nemici dello spirito di gravità ("l’agnello è il pasto di Zarathustra, perché egli si nutre di cose innocenti e con poco ed è sempre pronto così a volare via")
 
Il dono per il dono, a questo punto. De - cadimento di ogni dinamica di potere, gratuità del darsi. Il punto è che non poteva fare a meno di pensare che questo implicasse, innanzitutto, un essere con se stessa.
Invece no, no e no. Guardava lo scorrere del caleidoscopio della sua vita. Frammenti a mo’ di bicchiere infrangibile rotto.
 
Il fra-intendimento restava così solo fraintendimento, invece che essere luogo generatore dell’intreccio. Brutta storia.
 
Il trasporto non implicava leggerezza, se non datale in forma di abbraccio,
un sostare e tenere.
                                                                                                Petite vertige.
Rifletteva: era comunque un buon inizio ( l’essenza dell’abbraccio, e questo ripensarsi con un’antipatia profonda per le conduzioni del vivere sopito).
Decise di continuare ad accogliere.
Da allora in poi ( ma non immediatamente, ‘ché il vero è sempre il mediato, è sempre processo, sempre) sarebbe stato così.
 
[ in sottofondo un pezzo di Keith Jarrett, Köln concert.]

| apomorfina | sosta |
 

sono tutte sporche di sale. nelle dita il fastidio si ramifica fino a crescere e stimola anche gli odi più domati, cresce e si riduce ad un intarsio della cute, vibra di una unica pelle tremante e peli vispi e tesi e come spilli infilati e accaniti.

sono tutte sporche di sale. le lingue adorano e venerano questo sapore, con labbra presto prosciugate e nuovi moti della saliva a rinverdire il bagnato e la curva del sorriso. un pasto ridotto al suo gusto, un pasto che si è già consumato.

sono tutte sporche di sale. sono strade e sentieri tracciati in mezzo al collo e sollevano il profumo dei capelli quando girano intorno. corrodono nel tempo di un affondo la prima espressione e ne rivelano il volto sottratto, il volto sincero.

sono tutte sporche di sale. e onde del mare, onde di un sottile strato appena balneabile. lì dove si tocca e la risacca che vuoi. un crespo subbuglio adeguato alla forma che abbiamo acquisito, nel movimento e nel respiro lento, oggi che un solo cielo ha tramortito il bollore della luna.

 

nei sedili, nei vetri, nell’umido, nei resti, nell’opaco, nel posto, nel volante, nei tappetini, le cose. le cose sono tutte sporche di sale.

 

c’è chi ci aspetta nell’angolo più zitto e di oscura quiete che questa zona possa distinguere, tra capannoni industriali e scritte al colore stentato, bell’asfalto liscio che è un piacere premere l’acceleratore e larghi spazi, un intero viaggio da percorre fino al prossimo bivio, fabbriche basse schiacciate al suolo e prati tagliati in lunghe strisce come contorno. unico grande bagliore risplende di propria luce, la stazione di servizio, il distributore. alte architetture di solida essenza e un rumore ossidato e concreto che insiste nel sibilare una coinvolgente atmosfera d’abbandono. è la luce e il rumore che emette, le luci in questo insieme di gomitolo pestato.  

quello che ci aspetta è seduto a pochi centimetri da terra e uno sbuffo nello sguardo, ci attende mentre si è reso ormai indifferente a questo spettacolo. no, lui ne ha avuto già abbastanza. chissà da quanto è rimasto nell’attesa, chissà quante posizioni scomode prima di dichiararsi sconfitto, chissà quante volte.

 

noi sfrecciamo. lui ci aspetta. noi non lo sappiamo. lui ci aspetta. noi abbiamo i nostri sedili appannati. lui ci aspetta. noi no. noi sbraniamo con certi morsi le reciproche pietanze. lui no, ci aspetta. le righe che scendono sono già di sale, molto ne rimane sui denti e viscidi. lui non ci aspetta. lui si alza dal suolo con un gemito pensato. noi siamo sommersi di tutte le cose sporche di sale. lui si pulisce, il suo andare comincia. apprezza lo spettacolo di quanto vede, lento un passo segue l’altro e ha una manciata di bianco purissimo preso dal fondo della tasca.

<<mmh…>>

<<non ti sento>>

<<liquore bianco>>

ci inzuppiamo fino a galleggiare.


| pasquale paradiso |
 
Le rappresentazioni immaginarie conferiscono la dignità ad un un uomo
esitante e umano, le rappresentazioni congelano un bivio pericoloso per la
persona che fruisce di tali rappresentazioni.
Tali rappresentazioni, nella naturale transizione al concreto, rendono l'uomo
veritiero e intraprendente

| persico | la concavità e la convessità di un punto di flesso |
 
Distrattamente si pone l'attenzione
su comportamenti superficiali,
necessari per tenere a bada
ciò che si capisce comunque vada.
 
Sembra che spesso,
il capoverso della diversità che espone te stesso,
rappresenti l'inizio della frase
e di un nuovo universo.
 
Nessuno ti dirà mai la soluzione,
che lascia muti a ogni occasione
perchè è questa la partenza dell'essenza
che darà un senso alla nostra esistenza.
 
Un pensiero, si diceva,
verso ciò che è e che potrebbe essere;
uno sguardo alla finestra per capire
le coordinate verso cui la mente viaggia.
 
Si diventa così illusionisti,
per nascondere le bugiarde verità
che con le mie spalle dò
e che con i miei occhi non farò.
 
C'è chi ci prova rovinando capelli da angelo,
chi esulando da comportamenti usuali,
chi resterà sempre attento all'isomorfismo culturale
e chi tramerà tele di ragno aspettando l'ideale.
 
Vedo un tao bianco e nero,
la diversità a confronto,
la contraddizione del mondo.
Vedo occhi appena asciutti
e vedo i drammi di tutti.
 
Sarà che il punto di arrivo,
rappresenterà quello in cui
nessuno saprà il perchè di quel momento
che vivrai senza averlo voluto, fantasticato, voluto.
Sarà il tuo pallino bianco in campo nero,
a indicarti il nero in campo bianco
cercando di riconquistare, in ogni momento
il punto di flesso da cui la tua felicità,
apparirà di riflesso appagata è definitiva.
 
Resterai distante
anche volendoti avvicinare,
ma non per paura.
Ti recherai a guardare
dentro la tua mente
con ottica matura.
Capirai,
che il tutto sarà,
anche se sarebbe potuto esserci,
ma contemporaneamente
tornerai a ricordare
momenti in cui ammiravi
i tuoi momenti d'umore non finti.

| el moro | ustioni effimere |
 
 
non trovo pace
 
<l'aria risucchia lo spazio>
 
-----------------------------------
 
la schiena:
carta pesta e vetrata
 
<increspa la pelle>
 
i muscoli: sotto,
 
<cuscinetti-sfere>
 
sgrassano tra loro
 
---------------------------
 
un colore;
prende il posto di un altro:
 
<complementari>
 
uno routinne;
l'altro fastidii
 
uno lo conosco
lo accetto
 
l'altro è scomodo
e passerà.

| cold_plasma | il macello |
 
ZERO.
(LA VISIONE DELL’AGNELLO)
Prima di tutto si chiamava Bilboa.
Poi ha cominciato a ribattezzarsi.
Ora sono solo decisionalmente passiva.
PRIMA.
Io avevo un tumore i primi tempi.
Aveva lingua e mucose,
come tutti gli altri.
 
SECONDA.
Il mio tumore usciva
quando mi mangiavo
le pareti della bocca.
TERZA.
O i nervi anche,
li tenevo tra due dita chiuse
a cerchio.
QUARTA.
Proprio come gli occhi
delle mascherine
con le mani.
QUINTA.
So che è difficile riuscire a girarle.
anche perché le mani capovolte
non devono coprire gli occhi.
QUINTA.META’
(come una bocca
da una parte all’altra.
Un circuito chiuso.)
SESTA.
Come un ramo
che sviluppa la propria propensione.
E si chiude.
 
SETTIMA.
E si completa.
Ed è inscindibile.
Proprio come un bolo da asfissia.
 
OTTAVA.
Il mio tumore aveva un suo nome proprio.
E mi comunicava apostrofandosi.
Il mio tumore si chiamava Bilboa.
NONA.
(LA PROSPETTIVA DELLA GRU)
Prima visione di lei in asfissia.
Ha un corpo rotondo senza strappi.
Ha un corpo rotondo senza combacio.
Ha un corpo rotondo in posizione fetale.
DECIMA.
Seconda visione di lei in asfissia.
Bilboa distende i rami ed eiacula.
La riempie.
La riempie molto.
UNDICESIMA.
Terza visione di lei in asfissia.
Non ha un corpo del colore delle labbra.
Non ha un corpo di colori bui.
Sputa ancora del muco.
DODICESIMA.
Quarta visione di lei in asfissia.
Sputa ancora del muco denso,
e contemporaneamente
il dentro le fischia.
 
TREDICESIMA.
Quinta visione di lei in asfissia.
Il dentro le fischia
e lei riprende la sua forma
ovoidale e completa.
QUATTORDICESIMA.
Sesta visione di lei,
in asfissia precorsa.
Lei riprende
Ad ingollare aria.
QUINDICESIMA.
Bilboa ristipula una
protesa convivenza.
SEDICESIMA.
( LA VISIONE DELL’AGNELLO)
Non ho chiuso gli occhi.
Non ho visto la crisi al buio.
Poiché lui mi guida.
DICIASSETTESIMA.
Bilboa respira con me.
Il suo respiro nasconde
il mio fischio.
DICIOTTESIMA.
Il suo respiro copre la crisi.
Il suo respiro intacca il groppo.
Il suo respiro respinge il bolo.
DICIANNOVESIMA.
Bilboa mi feconda.
Io sono la vergine.
Bilboa mi feconda.
VENTESIMA.
Bilboa si deforma per piacermi.
Bilboa è perfetto.
Per questo si deforma.
VENTUNESIMA.
Per piacermi.
Quando Bilboa si deforma
Bilboa deforma anche me.
VENTIDUESIMA.
Bilboa si deforma per piacermi.
E io gli piaccio
anche quando mi deforma.
VENTITREESIMA.
Bilboa riempie
ogni mia cavità.
Quando si deforma.
VENTIQUATTRESIMA.
Bilboa mi feconda
tutte le volte che si deforma
Per piacermi.
VENTICINQUESIMA.
Io accolgo il seme di Bilboa.
Lo spingo e lo diffondo.
Io sono la vergine.
VENTISEIESIMA.
Io sono la vergine di Bilboa.
La sua sgualdrina.
Il mio ventre lo serve.
 
VENTISETTESIMA.
(VISIONE DELLA GRU)
Bilboa le cicatrizza gli organi.
Lei si apre e l’accoglie.
Bilboa le paralizza gli organi.
VENTOTTESIMA.
Lei si apre e lo invoca.
Lei si apre o lo prega.
Lei si apre e lo forza.
VENTINOVESIMA.
Bilboa la feconda.
E si espande e riproduce.
Poiché Bilboa è onnisciente.
TRENTESIMA.
L’agnello serve il tumore.
E si feconda autonomamente.
L’agnello coglie il seme.
TRENTUNESIMA.
E lo preme nel derma.
Si aiuta con il pollice,
e si feconda al completo.
TRENTADUESIMA.
L’agnello chiude la braccia.
Come una rotella di liquirizia.
E si sazia.
TRENTATREESIMA.
L’agnello è reso perfetto.
In un infinito spiegato.
E stirato.
TRENTAQUATTRESIMA.
L’agnello è il suo
sistema adattato,
un frattale rinchiuso.
TRENTACINQUESIMA.
L’agnello è
un frattale terminato
figlio e genitore del suo tumore.
TRENTASEIESIMA.
L’agnello è finalmente
partorito nel suo
cancro.
TRENTASETTESIMA.
Bilboa si gonfia,
si smembra ed eiacula,
ancora con foga.
TRENTAQUATTRESIMA.
La serva del tumore
ha concepito,
ha concepito.
TRENTACINQUESIMA.
La serva del tumore
ha adempito al suo compito
di nutrice e incontaminata.
TRENTASEIESIMA.
La serva del cancro
ha accolto se stessa
tramite il feticcio stantio.
TRENTASETTESIMA.
L’agnello del cancro
è oramai
saturo.
TRENTOTTESIMA.
(LA VISIONE DELL’AGNELLO)
Bilboa è l’agnello.
La vergine è il cancro.
In progressione.
TRENTANOVESIMA.
Il corpo si unisce,
al limite del combaciare
e ora respira
respira tisico
QUARANTESIMA.
il bolo dell’asfissia
nell’attesa della nuova nascita
nell’attesa dell’erede
il morbo senz’aria.
 
QUARANTUNESIMA.
Il cuore del parto
soprastà alla brace
e solitaria s’arde,
si frigge.
QUARANTADUESIMA.
Lei e Bilboa s’intrecciano
e mugolano di disperazione
e mugolano per la fame
e mugolano per l’asfissia.
QUARANTATREESIMA.
(LA VISIONE DELLA GRU E DELL’AGNELLO
NELL’UNICO CORPO DELL’UNIONE
NEL FIGLIO DELL’ASFISSIA)
Il macello ha unghie marce
e il fiato sporco
ma conserva e ama padre e madre.

| film da vedere | by J |
 
bisogna cercare d'inventare nuove tecniche
che siano irriconoscibilche non assomiglino a nessuna
operazione precedente
per evitare la puerilità, il ridicolo_
costruirsi un mondo proprio
con cui non siano possibili confronti
per cui non esistano precedenti
misure di giudizio che devono essere
nuove come la tecnica_
nessuno deve capire che l'autore
non vale niente
che è un essere anormale, inferiore_
che come un verme si contorce e striscia
per sopravvivere_ nessuno deve mai
coglierlo in fallo d'ingenuità
tutto deve presentarsi come perfetto
basato su regole sconosciute
e quindi non giudicabili
sì come un matto
vetro su vetro, perchè non sono capace
di correggere niente
nessuno se ne deve accorgere
un segno dipinto su vetro
corregge senza sporcarlo un segno
dipinto prima su un altro vetro_
ma tutti dovranno credere
che non si tratta del ripiego
di un incapace
di un impotente
niente affatto
ma che si tratti invece di una decisione
sicura, imperterrita, alta e quasi
prepotente_
nessuno deve sapere che un segno
riesce bene per caso,
per caso e tremando
e che appena un segno si presenta
riuscito bene per miracolo
bisogna subito custodirlo
proteggerlo come in una teca
ma nessuno_ nessuno deve accorgesene
l'autore è un povero tremante idiota
una mezza calzetta
vive nel caso e nel rischio
disonorato come un bambino
ha ridotto la sua vita
alla malinconia ridicola
di chi vive degradato dall'impressione
di qualcosa perduto
nel tempo_
 
tratto da Teorema di PierPaoloPasolini.

| links |
 
www.photoworks.it

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