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Menu M.à.V. < issue #21: la solitudine
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"Mail aRT
Virtuale"
la solitudine.
nel paese qui vicino davano una festa
all’aperto.
suonavano alcuni gruppi. altri eventi complementari facevano da contorno. il palco era sistemato nel fondo di un anfiteatro in cemento armato. un enorme schermo proiettava delle immagini. immagini imprecise nei bordi. il resto della festa si svolgeva nel prato recintato, di fronte alla vecchia villa. oltre il recinto, ben distaccato dalla festa, c’era un parco giochi ed un tendone con dei tavoli e delle panchine. mi sedetti di fronte al recinto, dando le spalle alla festa. accesi una sigaretta trovata poco prima. la gente sotto il tendone rideva e vociava. mentre aspiravo nuvole azzurre osservavo la scena. e con i gomiti appoggiati sulle ginocchia pensavo: "guardare la vita da lontano. è questa la mia sorte?" fG
solitudine.
|Dimitri Misero|nella
nebbia|
Appena ci scaricarono
al bus stand fummo sotto una decina di procacciatori di clienti.
Ci tiravano le maniche, premendoci verso i taxi. Le mani piene di biglietti da visita degli alberghi. Evitarli con piccole mosse, tagliarli fuori dallo sguardo, dalla fronte. Non rispondere alle domande. Da dove vieni. Come ti chiami. Lasciarli parlare senza stringergli la mano. Questo avevo imparato a fare. Lo sentivo dietro che accennava reazioni. Tentare di spiegare che non era interessato, alzando la voce ogni tanto, ma ce la fece a liberarsi ed una volta lontani dall’attenzione prese la sua guida scegliendo un hotel con accuratezza. Il miglior rapporto qualita’ prezzo di tutto il paese. In effetti era un buon posto. C’era la televisione. Sentii che il freddo e la stanchezza mi avevano fatto alzare la febbre. Mi sarei lavato e sarei andato a dormire. Ma il mio compagno di stanza parve contrariato ed insistette un minuto perche’ andassimo a fare un giro. Mi spiace, sono stanco. Si scompose ancora un po’, ma si accorse che stavo quasi dormendo e mollo’ la presa. Appena usci’ scivolai in un sonno pesante. Mi risvegliai che era gia’ notte. Fu il suo rientro a svegliarmi. Era visibilmente agitato ed ansioso. Questo posto fa schifo. Non c’e’ niente, solo una gran massa di rompicoglioni. Mi dispiace ti avevo detto che potevamo dividere la stanza per qualche giorno, ma io domattina me ne vado. Non preoccuparti. Ti avevo detto che sarei restato, ma proprio non ce la faccio. Non siamo sposati. Nessuna fedelta’ ok? Si mise a sedere continuando ad esprimere tutta la sua delusione. Ad un certo punto afferrro’ la sua guida. Inizio’ a sfogliarla. Prese una penna, traccio’ delle linee, scrisse qualcosa. Per la prima volta lo vedevo attento, a suo agio. Stava cercando un altro posto dove andare. Mi lesse la descrizione di un parco naturale. Una piacevole fuga dai rigori del viaggiare in India, un bel posto per riposare in riva al lago, ed un’opportunita’ per vedere qualche animale selvaggio e godersi una passeggiata nella giungla. Mi lesse i prezzi, commentandone la modicita’. Due ore in barca 50 rupie. Un giro nella giungla 10 rupie. Potevi cavalcare un elefente per meno di 100. Pensavo a quante copie circolassero di quella guida. Alla consolazione delle descrizioni. Alla fede nella mancanza di scarti non evidenti. Cercai di assopirmi nuovamente. Fu impossibile: aveva bisogno di parlare. Potrei andare a Cochin e da li raggiungere Peryar. Non e’ molto distante da li’. Non credo che siano piu’ di una decina di ore. E’ una buona idea. Perche’ non vieni anche tu? Sono stanco di viaggiare. Mi fermero’ qualche giorno qui. Non e’ troppo caro per te solo? Non ho ancora messo il naso fuori. Domattina cerchero’ un altro posto dove stare. Non sei affamato? Si. Mi vesto ed andiamo. Ci incamminammo lungo il pendio che portava al paese, ma la stanchezza e la sonnolenza mi piegavano al silenzio. Cosa che, quell’uomo, pareva non sopportare. Non parli molto tu . Sono mesi che non parlo francese, e mi sono scordato parole e coniugazioni. Non e’ male il tuo francese. Ma se preferisci puoi parlare inglese. Per me e’ lo stesso. Parli bene l’inglese? Vivo a Dublino da sei anni. Dublino una domenica mattina presto di dieci anni fa. Nessuno per le strade, tutti i negozi chiusi, Un cielo nero e pesante. Quello del fiume l’unico movimento. Restai a guardarlo a lungo, aspettando un autobus che non arrivo’. Scendemmo di fronte ad un ristorante consigliato dalla sua guida. Per le scale un cameriere in divisa lacera inizio’ a consumarsi in inchini e sorrisetti. Ci sedemmo ed ordinai per tutti e due, senza guardare il menu’. Cosa fai in Italia? Talvolta dicevo di essere un documentarista interessato alla vita dei pescatori. Una volta di essere un insegnante. Inventavo episodi da raccontare ed inesistenti campi di interesse. Ma dovevo essere in forma per questo. Dissi la verita’. Sono un buttafuori. Il fisico ce l’hai, ma non l’avrei mai detto. Non sembri il tipo. Si guadagna bene. E cosa ci fai qua? Niente. Ci vivo. E tu cosa fai? Lavoro con un centro di studi irlandese. Ti piace? Non e’ male, ma oltre al lavoro non e’ che abbia molto altro da fare. Non esco quasi mai la sera. Ed in Italia com’e’? Esci la sera? No. Ho lavorato di notte per gli ultimi quattro anni. In una discoteca? Solo all’inizio, poi sono andato in un pub. Incontravi molta gente suppongo. Molta. Io non conosco molta gente, non ho neppure molti amici. Tu hai molti amici? Qualcuno. Almeno credo. Ed hai anche una donna ? Si. Credo di si. C’e’ qualcosa di cui sei sicuro? Si. E cosa e’? Che adesso sono qui. Non ti piace parlare con me o non ti piace parlare della tua vita? La seconda delle due. Posso chiederti perche’? No, non puoi. Stai fuggendo da qualcosa? Abbi pieta’. Non lo so. Credo di no. Del resto allontanarsi di qualche chilometro non penso sia sufficiente. Ma perche’ sei qui? Smettila di chiedermelo prima che ti chieda di smettere. E poi non lo so’ con precisione, avrei potuto benissimo essere in un altro posto, ma sono qui. E non so’ neppure bene il perche’. Vuoi dire che sei qui senza un motivo? Essere qui e’ il motivo. L’ho scoperto quando ho fatto la valigia. Ho iniziato prima di partire. Aggiungevo qualcosa ogni giorno . Non lo mettevo dentro, lo scrivevo soltanto. L’ultimo giorno ho controllato la lista, per vedere se mancava qualcosa. In realta’ c’era troppo. C’era tutto cio’ che non dovevo portare: libri, musica, persino alcune foto. Alla fine ho preso solo i vestiti. E questo cosa significa? Che non sono cosi’ coglione da credere di poter essere altrove, non finche’ mi porto dietro un discorso di presentazione ed il mio libro preferito. Se c’e’una possibilita’ e’ di aspettare una nuova quotidianita, altre esigenze da rispettare. Vorrei avere il tuo coraggio. Perche’? E poi questa era un’ammissione di vigliaccheria.. Non hai paura della solitudine, per me questo e’ coraggio. Ti ammiro per questo. L’ammirazione va sempre riservata ai professori universitari. Oltretutto cosa ti fa credere che non mi faccia paura. Ne sono terrorizzato, afflitto direi. Soprattutto di notte, a letto. Non riesco a dormire per la solitudine. Perche’ allora non vieni con me domani? No. Resto qui. Non ti capisco. Neanche mia madre, ma non glie ne voglio. Del resto non ti ho chiesto di capirmi. Non so se sia utile, ma se ci tieni provo a spiegarti: ho attraversato dei posti prima di arrivare qui. Talvolta ho chiesto un’informazione oppure ho parlato con qualcuno durante il viaggio. Alcuni di questi hanno voluto occuparsi di me. Trovarmi un posto dove stare o accompagnarmi dove volevo andare. Ho trascorso ore, giorni cosi’. Mi hanno parlato di loro: chi sono o sono stati. A volte confidando in me. Alla fine i saluti. Un indirizzo ed un numero di telefono scritti da qualche parte. Non dimenticarti di me, mi sono sentito dire spesso. Il viaggio prosegue ed ogni cento chilometri una faccia scivola via. Cosi’ritrovo fogli di carta con nomi di nessuno. Allora li getto nei cestini di quelle stesse camere d’albergo che mi rimettono in solitudine. Non so’ se significhi qualcosa, ma e’ quanto accade e non credo che ci sia niente da fare. La cena continuo’ in silenzio. Pensai che le mie parole lo avessero offeso. Pareva legittimo. Sulla via del ritorno volle fermarsi ad osservare le stelle, ma non riusciva a trovare un angolo abbastanza buio. Mi fece camminare a lungo per trovare una postazione ottimale, ma c’era sempre troppa luce e continuava a cercare innervosendosi. Alla fine si rassegno’ e ci incamminammo verso l’albergo. Ho vissuto in Messico per due anni, stavo lavorando ad un progetto di osservazione di alcuni pianeti. Da li’ le stelle sono belle da far paura. All’inizio credevo che non mi sarei abituato e invece e’ accaduto. E’ buffo abituarsi a qualcosa come il cielo. Avviene piano, cosi’ piano che dimentichi che e’ un processo che avviene in te, forse perche’ non dipende da te. Poi perdi qualcosa, lasci un posto, una casa. E tutto questo era solo un’abitudine mentre tu credevi che fosse altro da te. Qualcosa di piu’ vero intendo. Ma quel che piu’ rimpiango sono i mobili di casa. Me ne avevano procurata una solo con il letto. All’inizio credevo che potesse andare bene cosi, poi mi sono accorto che non riuscivo a starci in quella casa vuota. Ed iniziai a comprare delle cose. Mi dissi che tanto le avrei portate con me. Poi sono dovuto partire ed ho scoperto che spedire i mobili sarebbe costato un capitale. Ho dovuto lasciarli li. Ho pensato di bruciarli, ma non ne ho avuto il coraggio, ed ho deciso di farci delle incisioni o di scriverci il mio nome, ma non ho fatto niente di tutto cio’. Ti e’ mai successa una cosa simile? No, mai. Finalmente l’albergo si fece vicino. Ero esausto e febbricitante, un leggero senso di nausea. Mi sarei sdraiato, avrei guardato un po’ di televisione e mi sarei addormentato. Questo avrei fatto. Alla protezione di questo pensiero mi sarei affidato. C’erano delle immagini sullo schermo. Movimenti che finalmente non erano i miei. Un pittore cerca di trattenere qualcosa, qualcuno. E’ la sua donna che se ne sta andando. I binari di un treno, un lago gelato, continuamente la neve che si accumula. Lui continua a dipingere. Il mio compagno di stanza continuava a studiare la sua guida, tracciando percorsi possibili attraverso luoghi migliori. Mi consultava chiedendo conferma di supposizioni. Tutte cose a cui non sapevo rispondere. Mi avvolsi ancor di piu’ nella febbre e nelle immagini. Dando risposte per lo piu’ sbagliate. Non pareva disturbarlo, sembrava, anzi aver recuperato il buon umore. E stava lavorando al migliore dei mondi possibili. Parto domani alle due del pomeriggio. Ripose la guida e tiro’ fuori qualcosa che pareva un quaderno. Lo apri’ ed inizio’ a scrivere. La pornografia, pensai. Mostrarsi scrivere, guardare scrivere. Sbirciare orifizi altrui. Mi sarei addormentato. Tengo un diario ed ogni giorno appunto quello che e’ successo, per non scordare. Sento il bisogno di scrivere. A te capita mai? Non mi piace scrivere. Dissi, come bisogno di cattiveria. Qualcosa che sfugge, una mancanza. Il pittore e’ solo, seduto, sta fumando adesso. La luce e’ forte, passa dalle finestre bruciando i contorni. Dei colori a terra, quadri girati al muro. Un ritratto di donna da finire. Il pittore resta seduto. Il mattino dopo mi sentivo molto meglio. La febbre doveva essersene andata ed un senso d’appetito era tornato. Lui doveva essere gia’ fuori. Andai a fare colazione e lessi un giornale di tre giorni prima che riportava notizie internazionali. La guerra stava per cominciare. Uscii per fumare: non si vedeva quasi niente. Tutto nelle nuvole. Stavi cercando me? Si. Sono andato ad informarmi per il bus. Ce n’e’ uno che ci mette solo sei ore. Non e’ molto. Sei sicuro di voler restare qui? Si. Se vuoi ti accompagno a fare un giro, c,e’ una bella vista non lontano da qui. Si, grazie. Arrivammo di fronte ad un cancello arrugginito, di lato un minuscolo casotto. Dalla grata fitta si scorgeva la massa di un uomo. Il guardiano. Mi abbassai all’altezza di una fessura e feci passare alcune monete. Mentre aspettavo i biglietti tentai di scrutare al di la’ della graticola che mi separava da quell’uomo. Ma la figura non era chiara: un vecchio che rideva. Questo mi parve di vedere. Una mano rugosa spinse fuori i biglietti. Dall’altra parte i venditori di scoiattoli impagliati ci attendevano come una trappola. Non c’erano due ore fa, lo giuro. Due ore fa erano le sei di mattina. Procedetti dritto ed incazzato aspettando in silenzio che quella gente smettesse di sbattermi animali rigidi in faccia. Lui continuava a muoversi troppo, a credere di poter convincere qualcuno di non volere uno scoiattolo morto. Scusami, non lo sapevo. Non importa. Non si vedeva quasi niente. Il vento spingeva le nuvole in forma di nebbia tutto intorno. Persi il senso dello spazio e rimase il bianco. E’ qui che sono ora, pensai. Come un film che ricordo in cui un uomo ed una donna sono perduti in una laguna: una barca, un bianco denso, due corpi. Un altrove. Dove sei? Non vedo niente. Dove sei? Se voliamo di sotto… Non muoverti. Mettiti a sedere ed aspetta. Quanto credi che durera’? Non lo so. Inizia a far freddo. Non lo senti? Non ce la faccio a parlare. Scusa, ma questa cosa mi spaventa. Allora goditela. Una calore sulla pelle. Il sole di nuovo. A pochi metri la sua testa che si agitava nell’aria, come per convincersi che era passata. Mi guardo’ con un sorriso che mi instillo’ un senso di colpa. Avevi ragione: e’ stato bello. Lo dici solo perche’ e’ finito. Posso dirti una cosa senza che ti offendi? No, ti sarei grato se non lo facessi. Tu in realta’ non sei molto simpatico. E’vero. Pensavo peggio. C’e’ come una distanza tra te e le cose. All’inizio ho pensato che fossi uno snob e forse un po’ lo sei. Ma non e’solo questo: hai il sarcasmo amaro degli intellettuali ma con meno disincanto. Sei un fatalista non convinto, un cinico in cerca di redenzione. Mi sbaglio? Si, ti sbagli. Sono solo uno snob. Ti piaci cosi’ poco? Mi piaccio tantissimo, sono ad un passo dalla perfezione. Mi sento stanco. Si deve essere alzata nuovamente la febbre. Torno a riposarmi una mezz’ora, poi dovro’ cercarmi una camera senza televisione. Ti accompagno. Non riuscivo piu’ a stare da solo. Mi attraverso’ la mente il pensiero che avrebbe potuto non partire. Mi voltai per guardarlo in faccia. Mi sorrise. Gli sorrisi. No, se ne sarebbe andato. Una volta in camera inizio’ a preparare le sue cose. Lo guardavo dal letto, con gli ochhi semiaperti. Ad aspettare e temere di trovarmi nella stanza da solo. Perche’ fare le cose da solo assomiglia a qualcosa di piu’vero e di piu’ faticoso. Potremmo pranzare assieme. E’ una buona idea. Nello stesso posto di ieri intorno a mezzogiorno ok? Suonava bene la formalita’ di questo addio. Anche lui pareva piu’ tranquillo, rassegnato senza rabbia che ci separassimo. Non c’era da riparare nessuna rottura perche’ non c’era mai stato niente da rompere. Lo sapevamo. Arrivai puntuale all’appuntamento e mi misi a sedere al sole. Ad aspettare. Dopo dieci minuti seppi che non sarebbe piu’ venuto. Presi un respiro profondo e lo trattenni nel petto sentendolo gonfiare. No, non provavo dispiacere. Mi alzai e mi incamminai. Per essere da un’altra parte. |fra*|
realizzo di essere davvero in anticipo.
cavolo. frugo nella borsa e tocco le pagine dei fumetti che ho appena comprato e del libro. mi siedo svogliatamente contro un pilone fresco e inizio a leggere. guardo continuamente l'orologio per capire se devo prepararmi a stare attenta al vedere andre spuntare da dietro le porte a vetri naturalmente perdo solo un sacco di tempo avendo un'ora e mezza abbondante di margine e mi convinco che non e'il caso di distrarsi cosi'. mi do un limite di mezz'ora per ogni controllo. quando rialzo lo sguardo sono circa le undici e un quarto. lo so benissimo anche senza mettere a fuoco le lancette perche' un attimo prima mi e' caduto lo sguardo sul mio orologio di cui pero' non mi posso fidare perche' so che e' in anticipo come me cosi' mi perdo in uno sguardo generale della grande parete di ingresso e vedo che lungo lo spigolo tra lei e il muro c'e' una cosa brillante che galleggia. un palloncino rosa a forma di coniglio col filo mozzato probabilmente perduto da qualche bambino in partenza che ha pianto tutte le sue lacrime chiedendo ai genitori di recuperarlo ma e'stato titrato via con la spiegazione che "e' troppo in alto, dobbiamo andare" mi e' sembrata una visione carica di una malinconia fortissima. molte volte da piccola ho liberato i miei pallocini per lasciarli volare prima che si sgonfiassero definitivamente e li ho guardati scomparire dietro le case cosi' mai. credo sia davvero triste. nessun bambino lascerebbe il proprio coniglio gonfiabile libero all'interno della biglietteria di una stazione. nessuno sarebbe cosi' crudele da non dargli la possibilita' di volare via se lo vuole abbandonare. quindi era di sicuro scappato da solo dalla presa o dalla maniglia di un passeggino. e il bambino? probabilmente si e'chiesto perche'nessuno si fosse deciso a prendere una lunghissima scala ed andare a recuperarlo. forse ha cercato di allungare la mano o di saltare fino a toccarlo e poi e' stato trascinato via con la promessa di averne presto uno nuovo in lacrime dimenticandosene un attimo dopo per mano con la madre. sono i momenti che ci devono essere stati tra quando e' sfuggito e quando e' stato dimenticato quelli che mi attirano di piu'. i momenti in cui quando la vista non puo' piu' aiutare e l'immagine inizia ad essere filtrata dal ricordo e le distanze le altezze si accorciano le braccia si allungano quando si sente l'impulso irrefrenabile di tornare indietro per potersi spingere sulle punte un po' di piu' e afferrare il filo quando la concentrazione e' cosi' forte che basta un secondo di distrazione per far crollare tutto e archiviare l'immagine tra i ricordi confusi. e mentre pensavo questo cosa che sara' durata all'incirca pochi secondi continuavo a fissare quel coniglio che probabilmente tra soli due giorni neanche ci sara' piu'. cadra' sgonfio magari una mattina presto prima che arrivi troppa gente nel momento in cui i pendolari iniziano a partire o ad arrivare e verra' spazzato via impietosamente da un uomo stanco. |emo|PagineMarce|
secrezionidelviso
nauseaenullapoiancora.
terreniincolti
sediesenzagambe
petalibruciati
zanzarechepungono.
sale nelle palpebre
sfioralacute.
non sento più nulla.
soloariachemiavvolge.
|emo|bustachiusa|
non so chi sono.
ogni qual volta io
mi ponga l'ennesima domanda
a cui
non trovo risposte
mi sento sempre più solo
disperso
nelle avide
realtà che non vedo
non sento.
dove è nascosta la semplicità?
...
aspetto la rottura del silenzio
che mi circonda
e non mi molla.
anch'io forse un giorno tornerò a casa.
dopo.
|*LoRy*|SUTA'zine|
Nonostante il mio tempo scorra
io rimango sempre sullo stesso minuto
ripetendo e lacrimando sangue!
|chiara|anche senza la luna piena...
ma con le stelle|
La campana di un passaggio a livello
che si chiude ... o che si apre...
non so!
Le cicale ... i grilli ... un cane
lontano abbaia ... uno più vicino risponde ... non si ferma
Questa cicala mi entra dentro ...
irritante ... penetrante
Qualcosa si muove tra gli alberi
... un uccellino canta ... adesso?
ma non è tardi?
Smettila cicala ... smettila ...
dove sei?
Ancora l'uccellino ... forse s'è
perso?!
Si è fermata ... grazie!
Le macchine in statale ... quasi
non sembrano auto ... solo dei fruscii ... passaggi di vento!
Quante stelle ... ma che ci faccio
qui?
Ce n'è una stupenda ... forse è Venere
... forse è l'Amore ... è sempre così visibile
sembra a due passi ... lucente che
ti invita ...
E la stella polare? La perdo spesso
... forse non l'ho mai trovata ...
Perchè sono qui?
Guardo le stelle ... ho sempre amato
le stelle ...
ma perchè sono qui?
Un aereo ... stupendo ... però toglie
magia
Forse perchè sto pensando a lui?
Ma io non sono innamorata ... sono
solamente sola ...
mi sento tanto sola e non mi accontento
mai!
Non c'è persona con cui sono veramente
felice di stare ...
non c'è momento in cui mi senta bene
... in tutto
Sì forse mentre ero con te ... in
quel letto ... o in quei divani?!?
NO ... neppure lì ...
ero solo un po' più inebriata
dal piacere del contatto ... dalla
sensualità dell'affetto ...
che sapevo e so essere solo un gioco
...
Ma cosa ricerco? cosa sto cercando?
cosa sto aspettando?
è normale?
Me lo chiedo spesso!!
Io sono dentro di me e ... per quanto
non sia mai sicura ...
so quello che ho dentro ... o meglio vivo
le mie sensazioni e i miei dubbi ... ...
... mi sento ... !
Come posso sapere il sentire degli
altri ...
come posso capire se sono la sola
così?
Non si piuò, vero!!
Sarebbe stato interessante ... entrare
nella mente ...
Ma pensa che guasto ci sarebbe a
stare con gli altri e parlare con loro
sentendo quello che sentono loro?
Forse toglierebbe qualcosa, ma ...
ci renderebbe tutti più vicini ...
più in sintonia!!
Chi mi sta a fianco percepirebbe
il mio stato d'animo e ...
boh ... magari ...
tutto andrebbe meglio!!!
Una moto ... è caduto qualcosa tra
i rami ...
una zanzara mi ha punto sul braccio!
Ho bisogno del cielo ... ho bisogno
del silenzio ...
voglio perdermi per un po'!
Forse non ne ho bisogno ... forse
... è solo che mi va di starmene qua ...
... ma pechè?
Cos'ho?
Ricontrollo le stelle ...
come si possono ricordare tutte?
Un aereo ... è altissimo ... meno
di una stella ...
che ... notte ... mi perdo!!!
|Enrico|lafossa|
|questo sotto riportato,
è un frammento del file in word che Enrico ha mandato a MaV, non si
tratta di un racconto breve ma di un vero e proprio romanzo anomalo
in forma di monologo ai limiti del visionario|
|per ricevere l'intero
manoscritto (108Kb), manda un messaggio a ilsangue@hotmail.com specificando
la richiesta|
Ho sognato un ape regina.
Un animale che esiste solo dentro di me. Giallo. Giallo e poi nero e poi di nuovo giallo. Me ne sono chiesto il significato. Ma pensi ancora che un significato ci sia? Pensi ancora che le cose abbiano un senso? [no] vaghi suoni di ciò che ritengo paure hanno colpito. Ed ho immaginato tremendi finali di storie eterne. E mentre tremo tu in realtà dormi. Con me. Che cos’è la paura? Nell’ansia del momento che precede il mio sonno mi urlo addosso che il tempo non ha verso e senso alcuno, mentre io rifletto e vago. È la solitudine in un universo di metallo e freddo che ci accomuna. Ed è guardandomi attorno che riscopro la violenza di parole non dette. E nell’angolo vicino a me ti ho visto apparire ancora sfumato e poco chiaro, tu che mi spingi ad uscire per soddisfare la tua curiosità di questo mondo malamente descritto. E allora osserviamo quella porta che fa da tramite. Che fa da tramite alla mia libertà e al silenzio vero e inerte delle folle e della gente. A questo punto sai che io conosco il tuo mondo dal sonno. Ma non sai se la mia via di fuga è aperta o meno. Immobile in piedi osservo l’entrata o l’uscita che sia e mi incammino scostando lo schermo despota. Si tratta della curiosità del voler uscire ma del non poter farlo e una forza invisibile mi ferma mentre io tendo le mie braccia in avanti sempre più forte con quella musica che sottolinea la tensione che cresce e c’è un primo piano delle mie dita tese verso la maniglia e del mio occhio sbarrato che sta per rinunciare e Rinuncio. La musica si calma e tu ti rilassi sbiadisci dalla tua concentrazione e sorridendo chiudi il libro, proprio... Adesso. |links|
:
mammamiaquantosangue : fanzine cartacea.
: betabloccante
: immagini di Apomorfina.
:
apomorfina : : fotogrammi in *gif di Apomorfina.
:
homesleep : la Homesleep organizza il primo "Homesleep
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GRATUITO con tutti i gruppi di casa, da Yuppie Flu a Giardini di Mirò,
da Midwest a Quickspace, Ant e Meets Guitar, tutti i dj di Homesleep,
Covo, Unhip e il reading di Emidio Clementi "La Notte del Pratello"
con il fido Massimo Carozzi.
ci vediamo là?
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PZ
mail art virtuale n° 21
luglio 2003
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