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Menu M.à.V. < issue # 20 e qualcos'altro: la prevaricazione
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ehi,
tu!
pssst!
ehi,
pSSSSSt!
sì?
mail art virtuale!!
la prevaricazione.
la pubblicità c'invade.
ogni giorno riceviamo centinaia di input assolutamente inutili.
la pubblicità è ovunque, ed è quindi impossibile evitarla.
tv, radio, mezzi
pubblici, strade, luoghi di svago, ambienti di lavoro, casa
nostra, ogni luogo è un mezzo per veicolare un messaggio
finalizzato al consumo del prodotto X.
perchè scegliamo
un prodotto noto invece di un altro sconosciuto, ma di pari
contenuto e qualità? dove si ferma la nostra libertà
di scelta e dove inizia il plagio?
di fatto il potere
della comunicazione è impressionante, lo sanno bene le multinazionali,
le quali non si limitano a lanciare cioè proporre un prodotto, bensì
strutturano la vendita utilizzando un'immagine abilmente costruita
attraverso indagini di mercato e studi capillari di target previsti
(tutti noi siamo potenziali bersagli); lo sanno bene anche
governi ed istituzioni, è infatti evidente che il nostro presidente
del consiglio usa tutti i mezzi di comunicazione a
sua disposione, a vantaggio della propria immagine; è
stata inoltre ampiamente documentata la tecnica dell'amministrazione
bush nell'attuare la persuasione del mondo occidentale
di fronte alla propria politica estera, ingiustificatamente
aggressiva ed invasiva ( vedi: VENDERE LA GUERRA. LA PROPAGANDA
COME ARMA D'INGANNO DI MASSA. di Sheldon Rampton e John Stauber ).
è chiaro allora che le nostre scelte sono in qualche
modo pilotate dall'esuberanza della comunicazione spazzatura.
chi utilizza internet
e soprattutto la posta elettronica, già conosce il fastidio
dello spamming e dei pop-up: i messaggi spam occupano
spazio e impegnano tempo di connessione; le finestre
pop-up distraggono, fanno perdere tempo e disturbano la navigazione.
allo stesso modo accade
nella realtà: quanto tempo perdiamo in una vita nel guardare
spot pubblicitari alla tv? camminando per strada siamo circondati
da cartelloni pubblicitari affissi ovunque, anche se noi siamo
distratti, il nostro inconscio elabora comunque il messaggio;
quanto spazio occupa nella nostra mente la pubblicità?
se in internet la
pubblicità non richiesta è punibile penalmente perchè invasiva
nei confronti della privacy, allo stesso modo non potrebbe
essere così per la pubblicità per strada e nei mezzi pubblici?
nei fatti, dopo una passeggiata in centro città, la nostra
privacy è stata in qualche modo violata... te ne accorgi
quando vedi qualcosa di rosso e bianco ed improvvisamente hai voglia
di bere una certa bevanda scura dolce e frizzante.
la pubblicità per
strada e nei mezzi pubblici è a tutti gli effetti, uno spazio
del mio campo visivo concesso in affitto da chissàchi, il
quale ci guadagnerà sopra; non è fastidioso?
ancora più fastidioso
è sapere che una mia scelta sarà in qualche modo influenzata
da un messaggio contenuto in quella porzione di campo visivo
affittata a nome mio da qualcun'altro. se questa non è violazione
della privacy...
in Francia, già si
stanno muovendo con azioni di boicottaggio non violente: vedi http://www.stopub.tk e http://ldesoras.free.fr/pic/stopub-2003.11.07/
e qui?
mav accetta proposte. fG - MaV
| uscita parziale
|
| cold_plasma | la luce
rossa |
Non guardo più sotto
al letto
E non trovo le parole
per dirle che non attacchi più il fiore luminoso alla presa
di corrente
Il fiore luminoso
emette una luce rossa
Mentre il pistillo
emette una luce gialla
La luce rossa finisce
sempre per coprire la luce gialla
Quindi la stanza buia
viene illuminata solo da luce rossa
Perché la luce rossa
copre la luce gialla
Se la stanza è tutta
colorata di rosso
Io devo nascondermi
sotto al letto
Perché lei dice sempre
che il diavolo va proprio dove c’è la luce rossa
Ma se mi nascondo
sotto al letto
Sotto al letto il
diavolo mi trova lo stesso
Perché la luce rossa
arriva anche sotto al letto
E il diavolo si ricorda
di guardare in tutti i punti in cui arriva la luce rossa
E non trovo le parole
per dirle che non attacchi più il fiore luminoso
Perché emette luce
rossa
E non posso dirle
che non mi piace la luce rossa
Perché vorrebbe dire
che non mi piace nemmeno il suo fiore luminoso
Non guardo più sotto
al letto
Però in qualunque
posizione mi metta vedo lo stesso la luce rossa
E devo controllare
sempre gli angoli della persiana con gli occhi
E sempre la linea
che sta sotto la porta
Perché la luce rossa
illumina tutto
E illumina anche me
di rosso
E il diavolo va proprio
dove c’è la luce rossa.
| dimitri misero
| di un nemico |
Provai disagio stringendole
la mano perché indossava bigiotteria giocattolo. La lucente
doratura dei braccialetti andava consumandosi in un affiorante
biancore di plastica opaca. Riferiva con maldestra freddezza
quel che pareva il racconto di una vita, la sua. La fuga dalla
Sicilia, assieme alla sorella ed alla madre, che non aveva
ancora quattordici anni. Cercarono fortuna come terraferma
ma risolsero in un naufragio di verghiana Provvidenza: la
sorella sposò un mezzo balordo, lei incinta, a sedici anni,
di un tossico quarantenne.
- Adesso è dentro.
Un soffio di sollievo
nella voce. Perché era riposante saperlo in carcere anche
se la detenzione sarebbe durata ancora poco: un mese, forse
due. Ed era un sollievo che increspava la superficie di un
adolescenziale tono d’importanza. Un supplemento di
verità galleggiava sulla voce e sui braccialetti di lei. Questa
era l’ultima volta, ovvio. Non sarebbe più tornata con
lui.
- Non sono mica scema,
poi ho mia figlia a cui pensare.
Tirò fuori dal portafogli
una foto ripiegata. La aprì mostrandola alla bambina che mugolò
qualcosa.
- Sì, è il babbo.
Mi passò la foto.
Un uomo a torso nudo, magro. Lo sguardo fisso in macchina
nell’atto di prendere qualcosa da un letto in disordine.
Nessuna sorpresa in volto: sapeva della macchina fotografica.
Ne è segno l’ arroganza della sua postura. Lo riconobbi
come certe case di parenti in cui ero stato da bambino: lontananza
muta, tempo di prima che necrotizza e diviene limpido cristallo.
Albergava nel buio della sala giochi del bar dei portici,
appoggiato ad un flipper che non vide mai una sua moneta,
la faccia temibilissima rischiarata a tratti dai lampi dei
videogame. Là si andava per il fumo ma di lui non c’era
da fidarsi: la sua merce un orrido composto di stucco e catrame.
Performava non male quando lo portavano via i carabinieri.
Vi sparo figli di
puttana.
Ma pochi giorni dopo
era di nuovo lì. Appoggiato al flipper, con la stessa faccia
di cazzo. Lo chiamavano "Sette coltelli". Benché fosse fiero
di quel nome, non tutti potevano chiamarlo così. Certamente
non io che avevo dodici anni. Per questo mi strinse la gola
fino a lasciarci i segni e mi accasciò con due cazzotti nello
stomaco. Per questo pregai che morisse. Perché volle finirmi
con un calcio, perché aveva saltellato sulle punte imitando
Bruce Lee. Pregavo per convincere dio ad odiarlo con me, a
mettergli contro la paura e l’arbitrio subiti, perché
mettesse la mia mano sicura su di lui. Ripercorsi mentalmente
la strada che portava al bar. Costeggiai i muri come in attesa.
L’immagine che infine misi a fuoco fu quella di una
luminosa panetteria. Fui ubriacato dall’evidenza che
il bar non esisteva più da tempo. La penombra di quella cattedrale
malsana era stata lentamente assolta da una luce gialla e
calda di vetrine. Una commessa pingue ad incartare e pesare
il pane. Esistenza che d’improvviso cede e di schianto
scompare. Riprese la foto e mormorò qualcosa di inatteso chiedendomi
di accompagnarla a casa. Caricai il passeggino della figlia
nel portabagagli. Abitava in un quartiere un po’ fuori
paese, una zona di villette squadrate. Pareva improbabile
che entrasse in una di quelle case. Prendemmo una strada laterale
lungo cui l’aspetto geometrico e pulito defluiva in
una composizione di vecchie case senza intonaco. Alcune parevano
abbandonate da anni: delle assi erano state inchiodate su
quanto restava di porte e finestre, ma qualcuno si era affaticato
per sfondarle ed entrare di nuovo. Raggiungemmo una piccola
strada sterrata senza uscita che si allargava, sul fondo,
in una larga aia. Nel cortile i vestiti stesi ad asciugare
si mescolavano ai dialetti meridionali provenienti dalle abitazioni.
Mi indicò qualche portone dicendomi i nomi di chi ci abitava.
Alcuni li conoscevo. Proprio di fronte viveva una coppia di
pazzi relativamente famosa in paese. C’era una sfida
aperta tra loro e gli assistenti sociali del comune. Ogni
volta che facevano un figlio quelli glielo portavano via.
Ma io ne fo’
un altro che credi.
Questo mi disse una
volta lui, con lei non avevo mai parlato. Li si poteva vedere
sfrecciare in motorino , sempre in coppia. Lui con occhiali
da sole e baffi folti, lei grassa da far paura. Arrancava
il motorino per le salite. A dispetto della loro espressione
seria sembravano nati per far ridere. Ma iniziavano ad invecchiare
e da qualche anno la sfida con l’assistenza sociale
sembrava stesse per volgere al termine. Entrai in casa trascinando
il passeggino ed accettai il caffè che mi venne offerto. Ondeggiava
le spalle riempiendo la macchinetta, elencava sante aspirazioni:
trovare un lavoro, tornare a scuola, essere indipendente.
Un pianoforte giocattolo, un biberon semi rovesciato, un ombrello
di plastica trasparente con dei cuoricini, rotto e appoggiato
da una parte, questi i suoi ex voto. Serie di residui, sacre
reliquie, così come i braccialetti di plastica dorata che
aveva ai polsi. La figlia strisciava a terra, inzuppandosi
nella pozza di latte fuoriuscito dal biberon.
- Non ci torno con
lui. Ho una figlia. Devo pensare a lei. E’ cattivo.
Dice che sono una puttana e qualsiasi cosa faccio si incazza
di più. Una volta mi ha dato un calcio in pancia che mi ha
piegata in due, non ce la facevo a rialzarmi. Ma è sempre
il babbo della mia figliola. Queste me le manda lui dal carcere.
Guarda che c’è scritto qui.
Prese una grossa
busta di carta gialla da un cassetto ed iniziò a cavar fuori
delle lettere. Me ne passò una indicando il passo da leggere.
Una calligrafia assurda aveva allineato parole scritte per
metà in stampatello e metà in corsivo. Nonostante ciò conservava
qualcosa del tema in bella copia come il rispetto dei margini
ed i caratteri tutti della stessa grandezza Era chiaro: quelle
lettere erano costate della fatica. Lessi il passo. Un accostamento
di termini che l’autore doveva aver considerato poetici
per loro natura, ma le frasi non avevano un senso compiuto.
I verbi non accordati ai soggetti. Sentii lo sdegno cancellarsi
nella rabbia, ed il secondo flusso donare all’odio sufficiente
spiegazione. Lo ritrassi ad incidere nel vetro del flipper
frasi d’amore. Imbevuta nell’odore di pane la
commessa pingue che piange, gelosa e lontana. Per questo e
per la mano sulla mia gola. Per questo e per la paura. Per
tutto questo lo avrei condannato.
- Non è scemo però.
Scrive bene vero? Mi ha scritto anche delle poesie.
Squillò il telefono.
Rispose in uno scoppio gridolini gioiosi, rivolgendo parole
affettuose a chi l’aveva chiamata. Le era rimasto ancora
un forte accento siciliano. Mi alzai per andarmene.
- Aspetta, spiega
la strada a questo mio amico per arrivare qui.
Mi passò il telefono
senza che avessi la minima idea di chi ci fosse dall’altra
parte. Rispose una voce nasale che parlava una lingua incomprensibile.
Ma il dialetto è spesso come l’oscurità e dopo qualche
secondo l’orecchio si abitua. Intuii una domanda riguardo
ad uno svincolo super stradale. Diedi le indicazioni necessarie
ma non capì. Ripetei più lentamente. Non capì. Cercai di esprimermi
con le parole più semplici possibili, quasi sillabando. Provò
a ripetere quanto gli avevo detto, ma non aveva ancora capito.
Ricominciai affidandomi a frasi molto brevi che lui ripeteva
di volta in volta. Mi sentivo stanco ed innervosito dall’ottusità
del mio interlocutore, nella cui voce non si intendeva né
gratitudine, né sforzo per farsi minimamente comprensibile.
Dopo aver ripetuto altre tre o quattro volte le indicazioni
me ne recitò ancora una versione sbagliata. Mi rassegnai passando
la cornetta. Dopo poche frasi il tono di voce cambiò. Chi
stava al telefono doveva aver chiesto chi fossi e cosa stessi
facendo là. La discussione si fece rabbiosamente alterco .
- Ma che cazzo vuole?
Io faccio che mi pare. Sono libera. L’ho conosciuto
con una chat. Lui è del Molise e viene a trovarmi tra una
settimana. Tanto tra un po’ richiama. Mi ha spedito
delle foto, ma ancora non l’ho mai visto davvero.
Portai una mano al
volto premendo i polpastrelli sulle palpebre. Mal di testa.
Presi le chiavi della macchina dal tavolo e mi voltai verso
la porta.
- Mi ecciti un casino.
Ci baciammo. Sentii
un impedimento pesante alla gamba destra. Sua figlia mi guardava
sorridente appendendosi ai miei pantaloni.
Che c’è? La
posso addormentare. Cosa fai domani? Lascio la bambina a mia
sorella e ti vengo a trovare.
Una volta fuori mi
diressi verso la macchina. Il richiamo di una voce mi fece
volgere la testa. C’era la grassa pazza affacciata alla
finestra. Guardava con la sua faccia seria, senza dire niente.
Ad un certo punto le sue labbra si mossero.
- Io trombo sai.
Che ci facevi in casa sua? L’hai trombata perché c’ha
l’omo in prigione. Ora quando torna glie lo dico così
vi ammazza.
Pareva impossibile
riuscire a parlarle. Era bruttissima, con i segni della pazzia
in volto.
- Che cazzo guardi?
Se ti rivedo qui ti faccio ammazzare.
Mi infilai in macchina,
sentii una fitta di mal di testa. Misi in moto. Pur sapendo
che mi aveva cercato a lungo non mi feci vivo. Trovai un biglietto
sul parabrezza della macchina con il suo numero di telefono
e la raccomandazione di chiamarla presto: qualcosa di urgente,
diceva. Chiamai dopo un paio di giorni e fu quanto mi aspettavo.
Lui era uscito dal carcere ed aveva saputo che ero stato là.
- Ti sta cercando.
Stai attento. Sei nella merda.
Pensai alla vecchia
pazza come ad una probabile delatrice, ma la trovai immediatamente
una congettura risibile: il tono vendicativo tenuto al telefono
era chiaro quanto il desiderio di spaventarmi. Era stata lei
che già stimava non esserci differenza tra scelta migliore
e peggiore. Mi arrogai il diritto di perdonarla per egoismo,
perché avevo bisogno di quello scontro. E non avvenne per
quasi un mese poi d’improvviso me lo ritrovai accanto,
al bar della stazione. Non c’era più il passo baldanzoso
che ricordavo, né un pollice infilato nella tasca dei jeans
come avrei voluto. Del suo volto temibilissimo restava un
segno sbiadito: la ghigna cattiva aveva ceduto il posto ad
un’espressione ottusa che palesava un eccesso di eroina
e galera. Lei dietro a lui, rossa in volto e con gli occhi
bassi. L’espressione nervosa di una bambina in punizione.
Le sorrisi. Mi ricambiò con una strizzata d’occhio.
Speravo ardentemente che ci vedesse, che sapesse chi ero.
Decisi che appena mi avesse guardato lo avrei colpito. Unica
idea pacificante, l’unica che desse senso. Doveva sanguinare
quell’uomo che non assomigliava ai miei ricordi. La
mano destra già serrata, attaccata al fianco: sarebbe stato
un attacco immediato senza bisogno di aprire la strada con
il sinistro. Avrei mirato al setto nasale che si rompe facilmente
e provoca molto dolore e riempie gli occhi di lacrime. Lacrime
che tolgono la possibilità e la voglia di vedere. E poi il
sinistro e di nuovo il destro, quest’ultimo affondato
con tutto il peso della spalla ed una leggera torsione del
busto. Forse un po’ rischioso: chiudere la guardia un
colpo prima, restando ben coperto, saldo sul baricentro. E
la testa dell’uomo galleggiava nell’aria come
a cercare il filo di un pensiero irrisolto. Infine il suo
sguardo si ancorò sulla faccia del barista. Disse qualcosa
che ritenne spiritoso e ne rise esageratamente. Il barista
scaricò il petto con uno sbuffò stanco.
| film | Brazil |
Tra sogno
e realtà.
A due anni di distanza da Blade Runner si impose all'attenzione della critica un'altra pellicola che presentava la visione di un allarmante domani, e lo faceva in modo ironico, buffo, colorato, contrariamente ai toni più cupi e violenti del noir di Scott. Brazil è il titolo di questa fantascientifica commedia nera, nonchè quello di una divertente, malinconica ed evocativa canzonetta anni 40 che fa da accompagnamento musicale a molte scene del film, e che viene canticchiata dal protagonista Sam Lowry (Jonathan Pryce) nel commovente finale. La realtà che il visionario e creativo regista Terry Gilliam racconta è una realtà da incubo, orwelliana (il film doveva intitolarsi 1984 e ½), dove ogni singolo individuo vive passivamente alle dipendenze di un grande sistema, una vera e propria dittatura, cioè, che detiene il controllo dell'interà società, e che non lascia scampo a coloro che tentano di cambiare le cose, di non cadere nell'assurdo stato di alienata subordinazione al regime, come nel caso dei due idraulici dei Servizi Centrali (uno dei due è un bravissimo Bob Hoskins), uomini in balìa dell'imperante burocrazia, di cui Brazil è anche una pungente satira e presa in giro. E' un mondo pieno di scartoffie ed edifici pubblici, alveari umani di burocrati talora ridicoli, come il signor Kurtzmann, direttore dell'archivio, talora romantici e sognatori, come Sam Lowry, l'eroe del film. La sua volontà di uscire dal grigiore della vita quotidiana, ma soprattutto la sua voglia di provare emozioni e il desiderio di evasione, si riflette nei sogni che fa costantemente e che raffigurano una misteriosa donna angelo di cui si innamora. Ma dal momento in cui Sam incontrerà nella vita reale la donna dei suoi sogni (una camionista accusata di terrorismo), sarà il protagonista di una intricata quanto triste vicenda. Il film è sempre in bilico tra l'incubo della realtà e la dimensione onirica (parte integrante della narrazione anche ne L'esercito delle dodici scimmie), la cui atmosfera sognante è stata resa benissimo da Gilliam, un cineasta che nel campo del fantastico dà del suo meglio, attraverso visioni fantasmagoriche, stravaganti e allucinate, che anche in Brazil deliziano gli occhi dello spettatore: Lowry visto come un Icaro costretto a divincolarsi tra altissimi palazzi emersi dal sottosuolo e a combattere contro giganteschi mostri di pietra, che ostacolano il suo congiungimento con l'amata Jill; sullo sfondo, paesaggi meravigliosi ma visibilmente finti, irreali, lontani. E mentre il sogno del nostro burocrate si concluderà con un atteso lieto fine, l'esito reale, che arriva dopo una parte finale mirabolante e chiassosa, sarà del tutto pessimista (la produzione insistette per un finale più ottimista, ma Gilliam tenne duro minacciando di disconoscere il film). Tra gli altri personaggi spicca l'idraulico Tuttle (interpretato magnificamente da un baffuto Robert De Niro), un lavoratore indipendente e solitario, che agisce di notte per assicurarsi la libertà e la lontananza dai metodi burocratici dei Servizi Centrali, cui è allergico. Ambientato in una megalopoli futuristica, tecnologica e dal sapore "metallico", dotato di una sfarzosa scenografia, Brazil è un indimenticabile capolavoro che diverte (tante sono le trovate comiche), commuove, allarma, incanta e lascia pienamente soddisfatti. articolo tratto da:
http://cinema.castlerock.it/review.php/id=242
| ricevo & inoltro: |
MOSTRIAMO IL MESTRUO
Con un provocatorio
atto poetico cercheremo di ridare valore e autorevolezza
al tanto bistrattato sangue mestruale. In origine, prima
dell'avvento della società patriarcale, era considerato
sacro perché rappresentava lo scorrere della vita e dell'energia.
Oggi si occupano di mestruazioni soltanto le aziende produttrici
di assorbenti e i ginecologi, per il resto l'argomento è
evitato. Il mestruo è una sorta di fastidio da nascondere,
quasi un'imperfezione che tocca sopportare.
L'idea è quella
di realizzare una serie di libretti collettivi costituiti
da opere originali delle partecipanti. Il tema è MOSTRIAMO
IL MESTRUO e non ci sono limiti di tecnica e di materiali
(foto, collage, disegni, acquerelli, stoffe, fili, timbri,
ecc. ...) ma deve contenere tracce di mestruo e
poter entrare in un libretto, il formato non può
superare i 10 cm. x 15 cm. Per partecipare
occorre inviare almeno 6 opere originali (no fotocopie).
Ogni libretto
conterrà 2 o 3 opere + brevi testi sull'argomento. Ogni
partecipante riceverà un libretto in omaggio. L'iniziativa
è completamente gratuita. Le spese di stampa dei testi,
assemblaggio, materiali, spedizione sono a carico della
Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici). I
libretti rimanenti entreranno nel nostro catalogo di editoria
creativa e saranno venduti per recuperare le spese sostenute.
Un libretto speciale,
contenente un'opera e un breve curriculum delle partecipanti
che lo desiderano, verrà inviato al MUM (Museum of Menstruation)
che è nato negli USA e ospita opere artistiche di interesse
internazionale, foto, informazioni storiche, culturali e
mediche sul mestruo.
Per partecipare
è indispensabile comunicare la propria adesione entro il
10 febbraio 2004 con una lettera o un sms.
Per quanto riguarda le opere, il termine ultimo di spedizione
è il 15 giugno 2004. Insieme alle
opere specificare: se si desidera far parte del libretto
speciale da inviare al MUM (nel caso allegare un breve curriculum),
e il nome o pseudonimo da pubblicare sui libretti.
BUONE
MESTRUAZIONI A TUTTE
Strega
Troglodita
(Lella)
Troglodita
Tribe S.p.A.f. * Castel San Venanzio 33 bis -
62020 SERRAPETRONA (Macerata)
Cell.
3 3 9 - 7 6 7 8 5 5 3
mail
art virtuale - numero venti e qualcos'altro - febbraio
duemilaquattro.
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