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Menu M.à.V. < issue #20: la memoria
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COD 642 mail art virtuale
SL-A
memoria:
proposta d'installazione ambientale.
una parete bianca, ed
una coppia di virgolette ( "concetto di memoria"
) appicicate al muro. lo spazio bianco fra virgolette dovrà riempire
la parete. ai piedi del muro, sul pavimento sarà posizionata
un'asse di legno scuro.
sulla superficie
di quest'ultima sarà leggibile una delle didascalie riportate
qui sotto:
c'è bisogno di trattenere.
c'è bisogno di fissare su qualche supporto. tutte quelle cose
che hanno avuto un senso.
scontornardo i fronzoli
inutili ed estraendo solo ciò che merita d'esser salvato. dal
contesto della realtà quotidiana. contesto in cui accadono molteplici
eventi.
eventi che si fondono e
confondono. creando una maglia inestricabile di situazioni.
estrarre.
la memoria è un processo
d'estrazione che produce scarti e differenze.
differenze perchè
ogni supporto è un filtro, un medium con impressa la traccia di
chi estrae.
mettere il contorno
alle cose andate, non è altro che tradurre in forma lo sforzo necessario
per mantenerle vive.
museo. archivio.
soffitta. lapide.
sono questi i contorni
del passato? allora, la memoria è un qualcosa, confezionato da
chi ha voluto estrarre e salvare qualche motivo di senso.
testimonianza. patrimonio.
tradizione.
il corto circuito
del ricordo accade nell'amnesia, quando serve un senso nuovo. la
moderna travisazione delle ricorrenze, è l'ovvia reazione
ad un ricordo che ormai non appartiene più alla dimensione reale.
l'amnesia e la travisazione si generano tra il ricordo del
ricordo, quando il medium supera l'oggetto.
ma è anche vero che
il contesto di un qualsiasi oggetto è il presente. è dunque inevitabile
che un qualcosa nato in un contesto remoto subisca l'influsso
del contemporaneo.
la didascalia sarà ottenuta
sull'asse attraverso l'uso di una variante della tecnica
"stencil", cioè impiegando la stratificazione naturale della
polvere al posto del colore. quindi la tavola dotata di mascheratura,
dovrà essere sottoposta all'azione naturale di un luogo polveroso
per un determinato periodo di tempo.
PS: se hai letto fino qui, hai costruito
l'installazione nella tua mente ed ora ti appartiene. attraverso
la tua immaginazione essa ha preso forma e vivrà nitida finchè
la tua memoria lo consentirà.
fG memoria robyfurioso
| nulla è definitivo...
LA
PERSISTENZA DELLA MEMORIA
CI COSTRINGE A SALIRE IN PIANI AMBIGUI NECESSARI COME SUPERFLUI. pasquale
paradiso | senza oggetto.
tutte le fotografie che presumibilmente richiamano un gran numero di ricordi
sono pervase da quelle macabre inclinazioni che a turno commissionano editori il risveglio non è poi cosi' divertente ,non è uno spasso ma certamente strano,il suo momento antecedente richiama in noi una fotografia nel quale è impossibile carpire cio' che vi è scritto in esso.Al contrario il suo momento posteriore elargisce co incosciente parsimonia anche la manifestazione più chiara che si para ai nostri occhi ____________________________________________________nrn____________ut______
lapide
binari sopra e sotto grigio rosa diluito frattaglie assenza pre potente tracce dell'osservatore dell'ignoranza fatale dell'incompiuto dei denti di ciascuno alipiumepoltiglia della questione di massa che urla e strepita per la propria preassen plastica . olezzo olio
sottosopra maglia
ode
soffocante
lana
per ogni pietra l'asfalto parlava e le gomme ascoltavano liete. solo loro si capiscono, così unite nell'orgasmo assolato della fuga. privo di data e autore.fatto definito luogo noto. emo | elettrosmog
barba e capelli neri nel su di
un pavimento bianco
sanguisughe rosse che galleggiano
in un bicchiere di vetro colmo di urina
pezzi di creta che si squagliano
al sole
l'odore delle alghe secche
la polvere accumulata su di un
libro ammuffito
le ragnatele agli angoli dei
muri ingialliti dal fumo
i fondi di caffè all'interno
delle ciabatte
unghie tagliate in un lavandino
uno specchio macchiato di sangue
mozziconi di sigarette spenti
sul divano
la tv senza cavi
il soffito gocciola
le rane non gracidano
mucchi di cadaveri splendenti
salviette sporche di rossetto
il colore grigio intenso
una lieve riga storta
un soave stridulo di campane
rotte.
stellarval
| Racchiudere.
Il tempo stava finendo inesorabile: c'erano ancora troppe cose nuove da fare, da sperimentare, da capire. Questa è la storia di una persona che non sa vivere nel presente, naufraga nei ricordi e divaga nel futuro. Vive in una dimensione sfuggente, sfuggente come i suoi ricordi che cerca invano di trattenere e sfuggente come l'immagine di un futuro che nessuno e' certo arriverà. Per intrappolare i ricordi si aiuta con mille fotografie, pezzi di carta, brevi scritti che catturano i momenti, ma tutto è labile, si rompe, si perde. E' un'ossessione che non avrà' mai fine e che la attanaglierà' per sempre, perché' in lei i ricordi non attecchiscono e i suppellettili esterni non restituiscono il calore delle emozioni. Il futuro è, chissà' poi perché', sempre radioso e brillante nella sua mente, ma costantemente offuscato da un'ombra. L'unica cosa che la proietta nel presente è la ricerca affannosa di provare qualsiasi cosa, per poter portarsi dentro tutta la conoscenza che riesce ad immaginare, e anche questa e' una grande ossessione senza fine: è impossibile che ci riesca. Quasi come in un'eroina decadente, l'edonismo la spinge verso il futuro (l'ignoto), dove, ovviamente, riuscirà' a coronare i suoi sogni. E' penosa la sua situazione: non arriva un momento soddisfacente, che e' subito seguito da uno inutile. Odia le cose inutili e che le fanno perdere tempo: le rubano spazio vitale. Ogni istante deve essere degno di essere ricordato e mai sprecato in ogni suo attimo. Come con una macchina fotografica mentale, si sforza di immortalare più foto possibili, scrive più parole possibili, conserva più ricordi possibili finche' non le sembra che la sua testa sia piena. Ma e' solo un'illusione........tutto e' già' sparito. SiCk | il
manoscritto.
Il
foglio non c’era più.
La
mattina mi svegliai, e passai per il vicolo come ogni volta.
Niente
della mia vita cambiò, il giorno seguente e quello ancora…
erano
quelle che io stesso provai e tuttora provo molte volte
Quello
che diceva è quello che spesso il mio cuore e la mia mente mi
dicono, le situazioni descritte
Quel
che so è che io compresi ogni singola parola che lo componeva,
lo vissi…
Non
posso nemmeno sapere da dove provenisse quel foglio, da quanto
si trovasse li’ vicino.
perché
capitò a me.
subito
lo avrebbe accartocciato e gettato. Può anche darsi un altro
come me…questo non posso saperlo
una
persona comune che ci avrebbe riso sopra o chissà che altro.
O magari l’avrebbe colto qualcuno che
Se
quel manoscritto fosse capitato in altra mano, in altro momento,
forse l’avrebbe letto un’altra persona,
percorsi
le scale e una volta in casa mi coricai.
Inserii
la chiave ed entrai,
Ripresi
a camminare, lento, e giunsi alla porta.
Probabilmente sarebbe scomparso.
Non
mi voltai a guardare.
Il
foglio scivolò via, galleggiando nell’aria e facendosi trascinare
dal vento, cosi’ come era venuto.
o
che, semplicemente lasciai che le mie dita si dischiudessero
e le mani si aprissero…
Non
pensai a cosa fare di quel foglio, negli attimi seguenti, non
pensai di tenerlo, accartocciarlo, gettarlo
Ancora
oggi un brivido mi attraversa quando penso a quella notte.
Nessun
rumore o presenza era giunto a distrarmi o disturbarmi durante
il tempo in cui lessi il manoscritto.
Voleva
farsi raccogliere…
Sembrava
volesse farsi raccogliere.
il
foglio era arrivato ai miei piedi.
E
le campane avevano suonato i loro rintocchi proprio nel momento
in cui
Perché
quella sera non c’era anima viva ? Era la prima volta che accadeva…
Il
foglio era venuto da me, me l’aveva portato il vento.
scosso,
era come se fossi stato scelto come testimone silente di un
qualcosa di ‘sacro’…
Il
mio respiro si era fatto affannoso, quelle parole mi avevano
scosso, quell’avvenimento mi aveva
Il
vento cadeva per qualche istante, lasciando come unico suono
quello del mio respiro…
Tenni
stretto ancora per qualche minuto il foglio di carta, in piedi,
perfettamente immobile.
avrebbe
sofferto in ogni caso, ma aveva deciso di finire la storia,
perché cosi’ non poteva continuare.
serenamente con i suoi sentimenti.
L’amore che provava era troppo, tanto da divorarla. Soffriva
ed
Non
riusciva più a reggere la sua emotività, la sua gelosia nei
confronti di Lui, non riusciva più a vivere
Sosteneva
che la causa era lei stessa, in realtà.
La
lettera diceva che la ragazza, o la donna, non riusciva più
a continuare la storia con ‘l’altro’.
hanno
data, o perlomeno in essa non vi risiede la reale importanza
dei fatti.
Non
ricordo se era datata, ma questo è un dettaglio che se era presente
trascurai subito. Queste cose non
Ogni
parola era vergata dalla tristezza e dalla consapevolezza.
femminile. Compariva anche il nome
del destinatario, in una frase…un ragazzo, forse un uomo…
Non
sapevo chi fosse l’autore, ne conoscevo solo il nome (riportato
in fondo alla lettera) ed il sesso,
Era
una lettera di un Amore ammazzato, terminato.
sentimenti…un misto di paura, angoscia,
tristezza, consapevolezza…
Durante
quei minuti in cui lessi il manoscritto non saprei dire con
esattezza quali furono i miei
cominciai
a leggere, piegandolo leggermente verso la pochissima luce alle
mie spalle.
Il
foglio era riempito quasi completamente da delle parole battute
a computer. Lo presi in mano e
Strano,
molto strano.
La
strada era ancora silenziosa, nessuna anima viva, eppure…
I
miei movimenti erano lenti e mi accorsi che tremavo.
Su
quel lato qualcosa era stato scritto…
non
mi mostrava più la sua faccia bianca.
Una
volta cessati i rintocchi mi chinai sul foglio, che essendosi
ribaltato ora
strada
ed il campanile.
suonando
la mezza. Tonanti ma discrete, rese ovattate dalla notevole
distanza che intercorre tra la mia
il
foglio fini’ per posarsi esattamente ai miei piedi. In quell’attimo
le Campane ruppero il silenzio,
Rimasi
immobile ad osservarlo, finchè, incredibilmente,
terra,
facendogli compiere parecchi giri su se stesso, verso la mia
direzione.
Mancavano
ormai un paio di metri all’ingresso, quando un soffio di vento
sollevò un pezzo di carta da
Mi
sembrava di sentirmi come l’ultimo uomo sulla terra.
Questa
volta non c’era nessuno.
essendo
comunque una strada molto frequentata.
Insolito,
perché nonostante l’ora tarda incontravo sempre qualche anima
o incrociavo qualche vettura,
tutto
era immerso in un silenzio di tomba.
Il
venticello della notte contribuiva a creare un’ atmosfera tesa,
ma a parte questo,
Camminavo
con la mia ombra, lentamente, a testa china.
circostante la scuola, che si trova
di fronte alla mia residenza, sulla sinistra.
Il
vicolo era deserto, buio. Un solo lampione, lontano, illuminava
scarsamente di un giallo debole la zona
Erano
circa le 1.25 P.M., quando stavo parcheggiando davanti al mio
palazzo.
vago
nell'etere | senza oggetto.
Foglio bianco, macchia di sangue mai coagulato,sintomi di una vita spezzata. Incredibile la presunta superiorità umana verso gli animali! Ricordi che riaffiorano. Inizio vago,impossibile da percepire o razionalizzare,ma tutto era ineluttabile, doveva accadere. Ricordi.. scherzi amichevoli distesi su di una canoa destinata ad affondare; sguardi,poche parole; ero penetrato dalla malinconia di quagli occhi scuri, che non volevano farsi ammirare. non ne ho mai conosciuto il colore sino a che lei non me l'ha rivelato, ma mi ci perdevo dentro -capelli che tentavano di celare la mia contemplazione- Ricordi) serata ebbra trascorsa, raccolto per strada, tutto fluttuava nel vuoto della mia anima, dove fisso era solo il pensiero di lei, dei suoi occhi, privi di colore. Caduta di inibizioni e potenza della tecnologia che riesce a metterti in contatto con persone lontane -messaggio,due sole parole- Ricordi) ancora canoe, il suo sguardo evasivo dapprima, poi mi fissi, gli occhi si riempiono di luce (dolore della contemplazione seguita dalla caduta) La luna, la mia tristezza, il mio pianeta, bulbo che osserva, scura, buia, riflette il sole nemico. La spiaggia e il mare, i granelli di sabbia che sfiorano i nostri corpi. Orme che sono sparite al tuo stesso modo ( non m'hai guardato mentre spezzavi il mio destino non m'hai osservato mentre svuotavi la mia anima non eri con me mentre scendevo nell'abisso che mi sono scavato con le mie stesse mani. come potevi vedermi? non m'eri seduta accanto, eppure ogni mia azione era legata a te, oramai sola immgine nel mio cuore, stampella in riva al fiume. Hai cancellato tutto me stesso e a fatica sto riscrivendo il libro della mia vita. dimitri misero | di
un'altra estate.
Dovemmo piegarci alla
legge braminica per abitare la casa, ma l'affitto era bassissimo
ed accettammo senza discutere. Avemmo un mobile di ferro ed un
fornello a gas come corredo, un vuoto che avrebbe regnato a simbolo
di riconquistata liberta'.
Credevo che non avrei
resistito a lungo, invece ci ho passato lunghi pomeriggi sdraiato
a terra a leggere o a scrivere, Mattia a dormire nell'altra stanza.
Una volontaria reclusione
e' quanto abbiamo vissuto in quella casa. Uscivamo solo per mangiare
e per fumare, andando a letto alle dieci e svegliandoci alle sei
del mattino. Niente televisione, niente musica. Un paio di volte
vennero dei tizi che volevano imparare l'Italiano, ma non ci diedero
quanto pattuito e fini'. Oltre questo poche visite.
Ma quel che ricordo meglio
e' la latrina: bisognava uscire fuori e scostare la lamiera che
fungeva da porta. Il secchio per lavarsi ed un buco a terra per
tutto il resto. Buco che difendevamo dai continui tentativi intrusori
dei ratti. Era da li' che entravano.
Li ricacciavamo dentro
a calci, inscenando, con le nostre urla, danze tribali, per festeggiare
la vittoria. Vittoria sui ratti.
Dove abitavo prima forse
ti sarebbe piaciuto di piu': era una casa nuova ed io avevo solo
una stanza con il bagno, ma i ratti erano veramente antipatici.
Una volta ho sentito un tonfo sul letto. Ho creduto che fosse
uno scoiattolo, ma poi non l'ho piu' sentito muoversi. Se fosse
stato uno scoiattolo sarebbe scappato subito via. Doveva essere
un ratto.
E cosa hai fatto?
Mi sono addormentato.
Ed il ratto?
Se ne deve essere andato.
Ma quanto era grosso?
Quanto uno scoiattolo.
Fondamentalmente si assomigliano, solo che i ratti sono piu' grassi.
Restano comunque dei buoni saltatori. Un giorno mentre facevo
il te' uno mi e' saltato in faccia dalla finestra. Lo stavo osservando
da un po', forse lo infastidivo.
Non credo che i ratti
siano cosi' sensibili.
Quel posto faceva eccezione.Quando
il cane cacava in cucina i padroni di casa cercavano di pulire
la merda facendo finta di nulla, e mi dicevano di non guardarlo,
altrimenti si vergognava.
E non lo menavano mai
il cane?
Mai. Capito' una volta
che pisciasse sulla cesta delle cipolle. Il padrone le prese e
ci fece il sambar.
E tu l'hai mangiato.
Ma le aveva sciacquate
Un'elementarizzazione
dei bisogni e di conseguenza dei piaceri, questo era avvenuto.e
forse per questo inizio' a parerci esotico prendere il te' alla
macchinetta. C'e' meno latte e piu' te', questa la motivazione
ufficiale, ma entrambi sapevamo che era per il bicchierino di
plastica con il coperchio.
Soffrivamo inoltre di
piccoli malori, continuamente. Io non mi ero ancora ristabilito
dalla malaria a quel tempo ed ero preda di perenni febbriciattole.
Del resto non eravamo ne' troppo sani ne' troppo attenti all'igiene:
mangiavamo spesso in piatti sporchi anche perche' l'acqua che
avevamo puzzava di marcio ed era un ricettacolo di batteri. Ne
lasciai per sbaglio un secchio pieno in cucina una volta, per
tutta la notte. Al mattino dopo una pellicola lattiginosa si era
formata sulla superficie e tutta la casa impregnata di quell'odore.
Per lavarci la serva del padrone di casa ci portava un secchio
d'acqua un giorno si ed uno no. Tempo di siccita', argomentava
Mattia.
Ma anche quell'acqua
era marrone di terra e capitava che non ne avessimo per tre giorni.
Io, il piu' debole, cedevo, lavandomi con quella inquinata ed
il puzzo rimaneva addosso fino a che non mi lavavo con acqua buona.
Mattia che rideva di me, puzzando diversamente ma non meno.
Anziche' stare attenti
a non ammalarci iniziammo a prestare attenzione alle nostre malattie:
in questo, nuovamente, Mattia era piu' zelante di me. Ricordo
quando si becco' un'infezione all'orecchio perche' non cambiava
la fodera del cuscino da mesi. Una notte terribile, come un chiodo
infilato a traverso.
Ho passato una notte
a rotolarmi sul pavimento, mi pareva che il dolore diminuisse,
e poi e' stato divertente.
Cosa c'era di divertente?
Ho provato una nuova
pratica di meditazione. Puoi pensare che il dolore che stai provando
venga meno ad altre persone.
E credi che funzioni?
Nel senso che accumuli
il dolore altrui?
Si.
No.
Inizio' dunque a dormire
senza cuscino, poi senza materasso. Una stuoia a terra per non
stare a diretto contatto con il pavimento. Diminuiscono i rischi,
diceva.
Ma non c'era modo di
diminuire i rischi. Dopo aver passato una settimana di violenta
diarrea, per via dell'amebiosi, smisi di bere acqua che non provenisse
da una bottiglia sigillata.
Io, ma non Mattia, il
cui fatalismo procedeva per eliminazioni. Smise semplicemente
di bere durante i pasti, beveva solo a casa, e se proprio il cibo
era piccantissimo attingeva dalle brocche comuni.
Ma non hai paura dell'amebiosi?
No.
Non ce l'hai mai avuta?
A Sarnath tre volte in
un mese. Cacavo in continuazione, allora smisi di mangiare e prendevo
solo acqua, ma iniziai a cacare muco e sangue.
Stabilimmo l'obbligo
di confessare all'altro lo stato delle nostre feci.
Solido o liquido? Un
sorriso bastardo in volto.
E la menzogna sarebbe
stata illogica perche' il divertimento maggiore era appostarsi
dietro la lamiera del cesso, di nascosto e rimanere ad origliare.
Mattia esplodeva in sghignazzate
che quasi lo facevano piangere quando arrivavano i rumori.
Ed io che ridevo assieme
a lui, piegato sul buco, con le fitte.
Ma perche' lo fai?
E' divertente.
Ed ancora Mattia che
dormiva sul pavimento, le mani intrecciate sul petto in posizione
funeraria, i piedi scossi da brevi tremiti, tutt'intorno avanzi
della colazione, piatti, roba versata a terra.
Io, accanto a lui, scrivevo
senza sentire disagio. Non era il segno di niente, avevamo solo
altre esigenze.
Hai provato a svegliarmi
con lo sguardo?
Forse.
Eravamo due apostoli
bugiardi lontani da un luogo in cui non si divertivano. In questa
misura segregammo i nostri giorni. Per inventare un nuovo alfabeto.
Ci parve, a quel tempo,
un semplice dovere rinominare gli oggetti.
| immagini |
| film |
"MEMENTO" (2001,
con Guy Pearce e Carrie-Ann Moss, Regia di Christopher Nolan)
Immaginatevi...vi svegliate
accanto ad una persona, e non sapete chi è.
Vi svegliate in un luogo,
e non sapete qual'è.
Conoscevate voi stessi,
ed ora siete un libro senza pagine.
Un uomo senza ricordi è
ancora un uomo ?
Leonard è affetto da un
rarissimo disturbo al cervello che gli impedisce di ricordare qualsiasi
cosa gli succeda nel giro di pochi minuti.
Gli unici ricordi che riesce
a conservare in dettaglio appartengono al periodo prima della sua
lesione all'ippocampo, dovuta ad un colpo di proiettile sparato
da uno sconosciuto, lo stesso che pochi istanti prima aveva assassinato
sua moglie. Ed è appunto da questo doloroso ricordo che Leonard parte nella
sua ricerca, la ricerca dell'assassino che gli rovinò l'esistenza,
ma allo stesso tempo, inconsapevolmente, la ricerca di se stesso,
di un uomo che si ritrova a dover mettere insieme mille frammenti
nel tentativo di rimanere integro, di rendere vera la sua identità.
Il mondo di Leonard è angosciante e disperato, non può fidarsi di
nessuno perchè chiunque potrebbe approfittare del suo problema (cosa
che in effetti avviene), non può mai essere certo di nulla, la verità
sembra passargli tra le mani per un istante, per poi, in quello
seguente, sfuggirgli via nuovamente in un mutamento perpetuo, di
secondo in secondo. Per aiutarsi scatta Polaroid a destra e a manca
(di persone, di luoghi) e soprattutto si tatua su tutto il corpo
frasi utili e dati di fatto. La pellicola è presentata nella maniera
più azzeccata possibile, infatti si parte dalla fine per arrivare
all'inizio, in un continuo flashback e passaggio dal colore al bianco
e nero. Lo spettatore rivive ogni secondo l'angoscia e il disorientamento
del protagonista, si ritrova nello stesso stato confusionale, fino
ad arrivare alla conclusione per niente scontata, che non fa altro
che riaffermare con estrema violenza il quesito che persiste per
tutto il tempo : E' cosi' che sono andate veramente le cose ?
Impossibile affermarlo
con piena certezza, ecco il dilemma.
Sicuramente uno tra i migliori
film in assoluto sull'affascinante tema della memoria.
- Alex Zed -
| segnalazioni |
qualcosa per cui valga
la pena vivere
KAMIKAZE qualcosa per cui valga la pena morire bando d'intenti
per una TREGGIORNI DI ESPLOSIONI CREATIVE:
Nella torrida estate del post-guerra mondiale, lo Spazio Autogestito Babilonia di Cervo S.Bartolomeo (im) propone o propina una rassegna di arti plastiche, visive e parolaie sul tema complesso del "vivere per" o del "morire per". Nell'ambito libertario si osava cantare che "all'amor mio fanciulla altro amor io preferìa, è un'idea l'amante mia a cui detti braccio e cor" e che "o libertà o morte": il fiero maschio guerriero ripudiava gli incanti della bella pacifica mussa consenziente ad ogni virile sfogo di impulsi motori, e - bandiera idealistica in pugno - andava a battersi per la realizzazione dell'utopia e la liberazione da quei mal-di-vivere causati da un sistema esterno inquisitorio e repressivo e dalla grama miseria che quel sistema imponeva alle classi sociale disagiate. Chi era il più onesto e genuino e sincero "guerriero per la libertà"? Chi giunto al raschio del fondo della povertà e dell'oppressione si ribellava come gesto stizzito e disperato, o chi analizzando criticamente il sistema dominante gli si muoveva contro forte di un'idea e non di una diretta ferita (fisica o morale) ricevuta? Chi deve battersi per la liberazione dei popoli o degli individui: i militari, i militanti, o gli sconfitti? Milita chi ha ancora qualcosa da perdere, ad esempio la propria stessa vita. Chi non ha più nulla da perdere ha in sé già perso la vita: il protrarsi del ciclo biologico sarebbe soltanto l'agonia in un deserto. Il fenomeno kamikaze venne alla ribalta nella seconda guerra mondiale, con il banzai nipponico in picchiata sulle portaerei. Oggi assistiamo a un ritorno-di-fiamma-anzi-di-tritolo ma in contesto geografico e ideale diversissimo: l'islam in disperata resistenza agli spadroneggiamenti israeliani e angloamericani. Il punto è: ammesso che sia in qualche modo evidentemente congenito nell'individuo umano il criterio "muoia sansone con tutti i filistei" o più recentemente "muoia tex willer ma portandosi all'inferno chi gli spara", quanti di questi kamikaze antichi o attuali aveva veramente perso tutto prima del gesto eclatante finale? Non i giapponesi, che avevano perso la patria ma non la casa e gli affetti (almeno prima di Hiroshima), e non gli arabi sauditi o egiziani o quant'altro che forti di borghesissime lauree decidono di sacrificare la loro vita più che per disperazione per ambizione al paradiso ultraterreno che credono a loro dovuto, dopo tanto clamoroso coraggio in nome di un Allah che è invece "misericordioso e grande", dunque non ha chiesto un tale gesto. Sono invece kamikaze genuini, sinceri - e per loro si rinnova il nostro dolore ad ogni passo della realizzazione di questa treggiorni artistica (l'arte, ricordiamolo, fa male, nelle stagioni maligne della storia) - i ragazzini e le ragazzine cecene che morirono 19enni nel teatro moscovita perché estirpati dalla vita: i russi gli avevano tolto casa, familiari, mariti o mogli, figli neonati, lasciandoli nell'ultima delle ipotesi di via d'uscita ancor prima di entrare anagraficamente nella vita adulta. È in memoria e in empatia di quei ragazzini disperati che durante la treggiorni di arti varie oltre all'esposizione delle opere artistiche e alla realizzazione di varie e composite performances brevi (non vi saranno concerti o spettacoli in senso solito, ma una serie di interventi dal vivo qui-e-là nel parcheggio-parco-galleriadarte) verrà chiesto a ciascun artista di pensare e attuare un proprio "gesto kamikaze" (ovviamente non-violento, ma non per questo metaforico, anzi reale e doloroso per l'artista stesso): alcuni degli artisti della prima ora hanno, a titolo di esempio, prospettato "dire un proprio segreto intimo autosputtandosi" o "andare a prendere il palco al ritrovo degli infami". Insomma viene richiesto a ciascuno un gesto "per cui valga la pena morire" nel tentativo di trovare, ciascuno nel proprio individuale coraggio e nella propria individuale disperazione e disillusione, "qualcosa per cui valga la pena vivere". al BAnzaiBILONIA – 7/10 AGOSTO 2003 S.A.BABILONIA - CERVO (IM) – via Steria Lungofiume informazioni: vito marino mail art virtuale n° 20 giugno
2003
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