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Menu M.à.V. < issue #17: microcosmo
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mailartvirtualen17microcosmo
nel particolare è chiuso tutto il possibile. il microcosmo
tiene insieme l'universo intero, il quale altro non è che un gigantesco
gioco di scatole cinesi. ma dove inizia la scatola più grande? e
qual'è il confine della scatola più piccola?
ci si può chiudere all'interno di una di queste scatole
e farne il proprio ambiente da cui si può osservare il mondo esterno:
il territorio abitato da "altri".
tutti noi abitiamo in una scatola, ed è costituita
da tutti quei luoghi in cui viviamo: la strada per andare al lavoro, le
stanze in cui camminiamo, il luogo delle vacanze...
per quanto sia grande, la scatola è sempre finita e limitata,
come la più piccola.
nella scatola di ognuno di noi, ci sono tutte le persone
e le esperienze conosciute direttamente. dunque, le scatole nello
stesso piano possono intrecciarsi. mettendo in comune spazi: co-abitando;
comunicazione.
ma gli spazi in comune rimangono piccoli eventi, sottocartelle
dello stesso classificatore: altre scatole.
ogni cosa ha un bordo e le aperture vengono subito riparate...
come accade alle macchie d'olio nell'acqua, i frammenti si staccano, s'inglobano...
ma non sfumano. il bordo non si perde.
è un paradosso: in questi termini l'infinito non esiste,
ma il bordo cioè il limite finito delle cose, è fatto per essere superato
e si espande di continuo... dove sta l'ultima fine?
fG
|microcosmo|
|fra*|autobus|2
la incontro abbastanza spesso ormai credo da quasi un anno. o forse di piu'. vorrei sapere dove e'stata per tutto il tempo che ha preceduto il primo sguardo che le ho lanciato furtiva. e'sempre da sola non parla con nessuno non e'mai capitato che per caso incontrasse un vecchio amico o la figlia del vicino di casa che torna da scuola forse non e'nata in questa citta'. forse si e'trasferita qui per stare un po'tranquilla dopo qualche cosa che l'ha segnata anche se sul suo viso non c'e'traccia della malinconia che lascia un evento triste. ho anche pensato che nasconda questo dolore sotto il suo strato altissimo di trucco. forse invece va a trovare qualcuno che ha conosciuto da poco. magari semplicemente non mi sono mai scomodata a guardarmi intorno per troppo tempo e lei ha continuato a salire e scendere alle stesse fermate nella mia piu'completa indifferenza per moltissimo tempo. e'quasi impossibile non notarla quando sale sull'autobus arrancando sui gradini ed ogni volta penso che forse cadra'all'indietro e non riuscira'a rialzarsi come la mia tartaruga che quando era piccola dopo un po'che si dondolava sconsolata tentando di rimettersi in equilibrio rinunciava pietosamente. si aiuta appoggiandosi alla sbarra di metallo tirandosi su quasi a forza di braccia e quelle braccia devono essere forti davvero o almeno devono esserlo state anche solo nella mia immaginazione. sembra una donna molto robusta nel senso di resistente ma come imprigionata in una specie di guscio e cosi'continuo a pensare a lei come la donna tartaruga con il suo mascara steso in modo davvero troppo pesante e l'ombretto scuro che compone uno strato ancora piu'spesso sopra qualche specie di fondotinta o polvere per il viso con i suoi vestiti che ricercano un'eleganza cosi'esagerata da essere comica. credo di essermi affezionata a lei dopotutto. e'una presenza rassicurante. oggi e'salita alla fermata davanti al negozio di ferragamo. sotto la luce dei lampioni e della vetrina sembrava ancora piu'ingombrante. fuori luogo. la cura con cui tratta se stessa e'incredibile. non ricordo una volta neanche mentre tornavo da scuola tutta bagnata di pioggia e senza nemmeno un cappello per coprirmi in qui i suoi capelli non fossero perfetti una nuvola immensa di colore giallo platino opera di chissa'quale maestro della vittoria contro ogni possibile legge di gravita' sopra una donna che di anni ne avra'ormai piu'di sessanta e che forse si rende conto degli occhi un po'stupiti ed un po'divertiti con cui la guarda la gente. a quegli occhi risponde con uno sguardo che e'sempre altezzoso quasi sprezzante. ogni volta che ci riesce si siede sel sedile piu'vicino e guarda fuori. aveva guanti di pelle piccoli guanti di pelle nera con una catenina dorata all'altezza dei polsi e un cappotto di stoffa leopardata e pelliccia. mi ha infastidita il fatto che proprio oggi che eravamo troppo pochi perche'potesse nascondersi fosse vestita in modo cosi'poco generoso verso di me. non potevo vederle i vestiti. non potevo vederle le mani ed i gioielli a parte degli orecchini a pendente di pietra nera. di certo portava una gonna perche'dal fondo del cappotto sbucavano gambe avvolte in calze nere. piedi calzati in scarpe con il tacco basso sempre di colore nero. quando si e'seduta ho sperato che il cambio di temperatura tra la strada gelida e l'interno dell'autobus la costringesse almeno a sbottonarsi un po'la giacca. invece si e'limitata sfilarsi un guanto con un gesto lento. aveva due forse tre anelli solo alla mano destra. uno lungo e vistoso con una pietra rossa e brillante nel centro di arabeschi d'argento. ed un bracciale di pietre dure azzurre che scivolava timido dall'orlo della manica. deve essersi accorta che la guardavo perche'mi ha squadrata con degli occhi che sembravano un rimprovero ed ha stretto a se'la borsa di vernice nera con una smorfia antipatica delle labbra intrise di rossetto. aveva paura che la volessi derubare? se mi guardavo intorno c'erano molti sedili vuoti quasi silenzio dopo poche fermate. come avrei potuto con cosi'poche persone? forse davvero e'infastidita dagli sguardi anche dal mio che non era per niente un deriderla ma solo cercare di capire qualcosa di lei. non ha piu'alzato gli occhi dalle ginocchia finche'non sono scesa alla mia fermata. magari sara'rimasta in quella posizione per altro tempo ancora. mi ricorda un po'la mia professoressa di italiano delle medie. era una persona orribile. antipatica e vanesia. si atteggiava come una ragazza bellissima ed in realta'era solo una donna bruttissima che ci raccontava quasi con orgoglio che non avrebbe mai bevuto dal bicchiere di suo marito per paura dei germi. mi ricordo che ogni giorno mi divertivo a controllare quale spilla o collana avesse deciso di sfoggiare. ne avevo una lista completa. non so perche'me la faccia venire in mente. forse e'solo per il colore dei capelli ed il vestiario. forse perche'qello che immagino di lei e'un simile alla realta'che la mia professoressa ci raccontava. ricercatezza ed un'eleganza al limite del leopardato o del tigrato solitudine trucco ripassato a volte durante le lezioni. la differenza e'che la donna tartaruga non mi fa pena come me ne faceva lei. la donna tartaruga e'grande anche se credo che molto sia opera delle spalline imbottite dei suoi vestiti e ha occhi che vorrei conoscere. la sua espressione scorbutica non mi infastidisce affatto. credo che una volta o l'altra finiro'per urtarla di proposito per sentire se la sua voce e'proprio come me la immagino o se dalla sua bocca non proverra'alcun
suono.
|Mauro
vive tra Londra e Venezia. clickando qui sopra potrai vedere le sue installazioni costituite
da luce e comune mobilio estratto dall'uso funzionale e dal contesto
consueto|
Ho paura di lasciare la mia cucina. E` tutta bianca e ha il pavimento di plastica, non so ancora pero` se lo puliro` prima di partire. Le macchie di sporco e olio sono il mio passato e lascero` a chi verra` dopo di me, il compito di dissolverle, grattarle via, bruciarle con l`acido e disinfettarle con la varechina. Ma non sara` facile , la` dove ci sono il frigo, la lavatrice, la` dove e` necessario spostare per pulire, le macchie saranno piu` tenaci e la mia presenza rimarra` nell`ombra sempre vigile, spiando i nuovi inquilini. Ora, se il pavimento e` come un "dripping", la mia cucina bianca e` pulitissima e mi guarda con la sua verginita` ogni volta che la sfioro con le dita. Per me` e` stata come una madre che mi ha consolato nei momenti piu` tristi conservando un po` di alcool negli scaffali, e sfamandomi quando ne avevo bisogno. L`ho amata quando al mattino il sole la sfiorava e ne esaltava la bellezza "formica" e l`ho odiata quando mi indicava il lavandino pieno di cose da lavare. Insomma cara cucina ti amo perche` ti odio e non sara` facile dimenicarti. Cerca di fare la brava e di non romperti perche` se no ti smonto e ti porto via con me. Ancora una volta per sempre Mauro Saccardo, ha conosciuto la sua cucina di Londra il 16/11/2001 e le sue misure erano 2m x 6m x 3m.......e rimarra` nella sua memoria per sempre. |Dimitri Misero|L’autista
di rickshaw|
|Dimitri ha già pubblicato su
mav numerosi racconti, per lo più impressioni raccolte durante il suo
lavoro da buttafuori. attualmente è in viaggio in India e racconta
del nuovo ambiente in cui ora vive|
L’ho intravisto dalla porta
a vetri della Higgin Bothams. Avevo comprato una nuova grammatica ed aspettavo
che la grassa cassiera smettesse di ruttare per darmi il resto.
Mi guardava fisso dall’altra
parte del vetro con il suo sorriso insopportabile che dava un senso di
dispiacere.
Lo avevo già incontrato quattro
giorni prima. Io e Mattia eravamo andati a cercare qualcosa perché potessi
imparare l’inglese.Scelsi due grammatiche basandomi sul colore delle
copertine. All’uscita ci aveva caricati lui. Mattia lo conosceva
di vista.
Sfoderò immediatamente un sorriso
plastificato ed il suo inglese migliore. Trovai la sua affabilità fastidiosa:
capivi in un secondo che stava cercando di mettertelo in culo, ma non
lo fece passare quel secondo, proponendoci subito di fare una capatina
in qualche negozio che conosceva lui.
No.
Continuò, insistendo con una
fare tra il lamentoso e l’ancora garbato.
La sua povertà, la nostra ricchezza…
Mattia gli rispose qualcosa in
Tamil che lo fece tacere per un attimo. Uno solo.
Ad un certo punto tirò fuori
un’agendina mostrandocela con fare soddisfatto. Ci teneva una serie
di dediche che alcuni turisti gli avevano lasciato:
quasi tutti americani che ne
cantavano la cordialità e l’affabilità.
Cedetti ad un tentativo di conversazione
dicendogli qualcosa, ma quasi non mi rispose, per chiedermi, ancora una
volta, se non volessi proprio fargli il piacere di andare a vedere uno
dei negozi da cui riceveva commissioni. Anche senza comprare nulla.
No.
Tentò di recuperare la conversazione,
ma non ricevette che sporadiche risposte.
Arrivati a Mylapore Mattia scese
ed io continuai da solo per casa mia.
Fatti poche centinaia di metri
l’autista si fermò, girandosi e guardandomi per un secondo con faccia
ansiosa. Poi prese a ghignare.
"Ganja?"
Forse lo aveva capito dalla mia
faccia. Forse lo avrebbe chiesto a qualsiasi altro occidentale.
Lo feci felice con un gesto della
testa.
Cominciò col dirmi che poteva
farmene avere quanta ne volevo, sebbene lui non fosse uno spacciatore
ma avesse solo alcuni amici che.
Mi frugai le tasche riuscendo
a racimolare solo 180 rupie. Gliele misi in mano, dicendogli di non avere
altro e che con quelle dovevo pagarci anche la sua corsa.
Fece una faccia delusa ma quando
capì che non avevo veramente altro disse che non c’era problema:
saremmo andati alla spiaggia e poi a casa.
Durante il viaggio iniziò a parlarmi
della sua vita disgraziata..
Avevo già assistito a simili
sceneggiate, ma la drammaturgia ancora mi stupiva. Storie tutte uguali
recitate senza impegno.
Ogni tanto si accorgeva del calo
di tono ma peggiorava tutto cercando di riprendersi con eccessi di pathos.
Smisi di ascoltarlo concentrandomi
sul rumore del motore.
Te la ricordi ancora Poggibonsi?
Si.
Quando ti fermavano sotto
casa chiedendoti se avevi qualcosa contro gli ex tossicodipendenti che
cercano di redimersi, cosa rispondevi?
Li metterei tutti con
la faccia al muro quei drogati di merda.
Funzionava?
No.
Arrivati alla spiaggia
mi disse di aspettarlo nel rickshaw, parcheggiandomi accanto ad un mucchio
di pesce marcio.
Nell’attesa iniziai a sfogliare
le due grammatiche che avevo comprato: mi accorsi che erano dei libri
per bambini, con disegni da collegare alle parole.
Gli esercizi contenevano tutti
frasi molto infantili come "Io ieri sono andato a scuola" o "Mia sorella
ha un orsetto nuovo", accompagnate da vignette stilizzate che ne illustravano
il senso. Alla fine del libro le risposte alle domande.
Mi sentii sereno.
Il guidatore di rickshaw mi risvegliò
con una pacca sulla spalla ed una strizzata d’occhio.
"Ok. No problem."
Riattaccò con la sua storia di
povertà onesta, ma vedendo che non lo ascoltavo cambiò discorso chiedendomi
se bevessi.
No.
Disse che a lui piaceva bere
ma che sua moglie non glielo permetteva perché era povero. Mi chiese ancora
se non volessi qualcosa di forte da bere perché a lui andava tanto.
Non bevo e non ho più soldi.
Non si arrese. Voleva sapere
se mi piacevano le donne.
No.
Si girò di scatto.
"Men? Children? No problem."
L’espressione di chi vende
gelati.
No.
Mi disse di non aver mangiato
tutto il giorno, se non potessi dargli ancora dieci rupie perché almeno
quella sera potesse mangiarsi un chapati.
Non ho più niente.
Arrivammo a casa. Presi le mie
grammatiche ed accennai un saluto.
Mi trattenne chiedendomi se non
avessi proprio più niente da dargli. Qualche altra moneta. Presi il portafogli
e aprendolo sulla sua faccia glielo mostrai vuoto.
Scrutò e ghignò. Per qualsiasi
cosa sapevo dove trovarlo, disse.
Ed aveva ragione. Eccolo là davanti.
Ad aspettarmi al di là del vetro come un dovere.
Sono uscito dalla libreria in
un’attesa che non è durata molto. Mi ha preso sotto braccio conducendomi
verso il suo rickshaw. Come se non avessi scelta.
Si è ricordato che abito in Kottur
Puram . Quello che studia sanscrito.
Mi confondeva con Mattia.
Si è premurato di chiedermi come
fosse l’erba e se ne volessi ancora.
Quasi senza saperne la ragione
gli ho infilato in mano 200 rupie. Di nuovo tutto quello che avevo.
Di nuovo verso la spiaggia.
Mi ha proposto di fermarci prima
in un negozietto di sua conoscenza. Piagnucolando che non ero costretto
a comprar niente, solo per guardare. Lui ci avrebbe comunque guadagnato
qualche cosa.
Una volta mi lasciai impietosire.
Ero a Bangkok. Ma il negoziante capì subito che ero un morto di fame che
non avrebbe mai comprato niente e mi scacciò in malo modo.
Gli ho risposto di non essere
interessato allo shopping.
Perché? Voleva sapere perché.
Ma che cazzo vuoi? Non lo so
perché. Lo odio.
Forse mi piaceva bere.
No.
Se non mi piacessero le donne.
Né donne, né uomini.
Né bambini, né animali.
Si è affidato alla storia del
povero padre di famiglia fino a che non siamo arrivati alla spiaggia.
Questa volta mi ha parcheggiato
davanti ad un cesso.Appena rimasto solo mi sono tuffato nella lettura
della mia nuova grammatica.
Forse era solo questo ciò di
cui avevo bisogno: disegni da collegare alle parole.
Ma è tornato indietro affidandomi
la sua agendina perché gli ci scrivessi una dedica. Mi ha detto di pensarci
bene, per lui era importante.
Ha voluto mostrarmi qualcosa
che riteneva essere la dedica di un altro italiano: un certo Nielsen,
uno svedese.
Sono restato qualche minuto da
solo nel rickshaw, con l’agendina in mano. Senza avere idea di cosa
scrivere. Alla fine, con un senso di rimorso, ho scritto questo:
"Quest’uomo è come questa
città: sta marcendo. Non fidatevi di lui, cercherà di fottervi in tutti
i modi. Ma è comunque un suo diritto e non credo vada disprezzato. Almeno
non più di quanto lui ci disprezzi."
E’ ritornato che avevo
appena chiuso l’agendina. Se l’è ripresa chiedendomi che cosa
avessi scritto.
Che sei un brav’uomo ed
un padre di famiglia.
E’ parso soddisfatto.
Il viaggio è continuato in modo
prevedibile. Una storia di povertà ed io chiamato a giudicarne e ripararne
l’ingiustizia. Ma ho iniziato ad osservarlo senza più sentirlo.
La divisa lisa e macchiata ma
curata. Due baffetti alla Clark Gable. Una perenne espressione di losca
complicità. Mi spaventava quell’uomo.
Mi spaventava quando il suo sorriso
paralitico pareva non farcela a sorreggersi e cadeva giù. Per un attimo.Una
faccia cattiva e disperata sotto.
Ho pensato potesse finir male.
Ma non è accaduto nulla.
Arrivati davanti casa mi ha fatto
scendere chiedendomi se non avessi ancora qualche moneta. Scavai il fondo
delle tasche trovando 5 rupie.
Mi ha chiesto se non avessi proprio
altro. Un disturbo sulla faccia per risposta.
Se n’è andato portandosi
via la sua maschera cattiva. Era sicuro che tanto ci saremmo rivisti.
No. Non è più accaduto.
Ho cambiato libreria per non
incontrarlo più.
|Marco Todescan|...|prima parte|
Per Elena
La mia vera e unica onda.
Impetuosa, bellissima e pericolosa
- 1 -
La tavola che scorre liscia,
silenziosa, come incollata a quella superficie liquida e magica che
è l’onda.
L’uomo è sinuoso, leggero,
un tutt’uno con la natura che lo circonda; intorno, nella sua
mente, c’è il nulla.
Tutto quello di cui ha bisogno
è li.
Prende questa sinistra mostruosa,
la domina e si fa dominare da essa; la cavalca senza paura in una manciata
di secondi che sembrano lunghissimi e forse lo sono, certamente, per
quello che significano e che portano nella sua mente.
E giù, quando il mostro ha
concluso la sua furia, l’uomo si gira, sorride e unisce le mani,
palmo a palmo, con le punte rivolte verso l’alto, in segno di
ringraziamento verso l ‘Onda.
China il capo, mormora qualcosa,
che nessuno mai saprà, e sorride, contento di essere vivo con Lei.
- 2 -
Questo sogno accompagnava le
mie notti ormai da giorni e giorni, ma che significato aveva? Forse
avevo qualche strana malattia cerebrale o forse ero solo teso: il lavoro
andava di merda, i miei studi erano arenati come una nave nel mare d’Aral
e con la mia ex donna era ormai tutto morto e sepolto.
Ma c’era dell’altro.
Quel continuo senso di insoddisfazione
che mi accompagnava qualsiasi cosa facessi.
Due anni prima, a Bahia Blanca
in Argentina, avevo provato un malibu, con un mare incazzatissimo, con
un cartello assolutamente ignorato che avvertiva della presenza del
Tiburon (che solo dopo qualche giorno scoprimmo fosse lo squalo bianco)
e in quel momenti, mi ricordo, scoprii che in me c’era dell’altro,
come se il contatto, seppur difficile e doloroso con l’acqua in
quell’occasione mi avesse fatto capire che la mia direzione era
un’altra, che il mio elemento era il mare, e che in fondo trovavo
un equilibrio solo sentendo quel rumore, il frangersi delle onde, quella
voce impetuosa e mai doma.
- 3-
E alla fine ci riuscii.
Ormai per l’American
Express ero un ricercato internazionale, il mio bancomat piangeva solo
tenendolo in mano, e i miei erano stufi di finanziare quel figlio che
si mangiava i loro soldi e quelli che riusciva a guadagnarsi con un
lavoro rispettabile, in cazzate, divertimenti e qualcosa di ignoto,
dal profumo esotico, un naturale colore verdastro e forse un po’
illegale.
Fatto sta, che con un abile
azione manageriale e qualche investimento oculato ero riuscito a raggranellare
i soldi per il biglietto aereo per la sardegna, con tavola al seguito
e mille dubbi in tasca.
Per la brillante azione manageriale
c’è da dire che in quel periodo mi occupavo di un progetto universitario,
una cosa seria e abbastanza redditizia, soprattutto per un coglioncello
come me, insomma, e disponevo ovviamente di un fondo spese per le emergenze,
fondo spese che ammontava a qualche milione; con un pensiero fulmineo
calcolai quanto potevo prendere, quando lo potevo fare, visto che c’erano
le vacanze di Pasqua e l’ufficio si sarebbe svuotato senza destare
sospetti e soprattutto quando avrei potuto rimettere l’intera
somma a posto, dopo averla racimolata dal mio ormai esanime bancomat
e dai miei fin troppo magnanimi genitori.
Dopo aver buttato giù questo
business plan mancava solamente la somma che mi avrebbe permesso di
vivere almeno 10 giorni in sarda.
Un mio vecchio amico, che saltuariamente
svolgeva l’onorevolissima professione del pusher cercava sempre
addetti alla vendita o solamente dei promotori che girassero con il
prodotto e riuscissero a concludere l’affare.
Diciamo che il portafogli clienti
non era un problema, le provvigioni erano alte e quindi perché no? Feci
esattamente quello che dovevo fare uscendone pulitissimo: avevo fatto
un favore ad un amico, che oltretutto mi aveva pagato, (pusher), avevo
fatto un favore ad un altro amico che stava cercando questo prodotto
così ambito, (cliente), e alla fine ero riuscito a mettere qualcosa
da parte.
Ben inteso che io non facevo,
e non faccio, commerci del genere abitualmente e che il mio motto è
"il fine giustifica i mezzi"come direbbe il buon Machiavelli, con una
piccola aggiunta:…"sempre che non provochi del male al prossimo",
alla fine era andata come volevo, senza dovermi sporcare le mani.
- 4 -
Biglietto andata e ritorno,
partenza da Verona, una volta arrivato ad Olbia, il nulla…nessuno
che mi aspettasse a braccia aperte, che mi prendesse le valige o che
mi baciasse…ma in fin dei conti era quello che volevo.
L’esperienza "on the
road" era quello che mi ci voleva in quel periodo: troppo stretto nella
morsa di genitori eccezionali ma oppressivi che giocavano a fare i moderni,
abbastanza annoiato dalla vita, e purtroppo, cosa ben peggiore, senza
grossi stimoli.
Il solo pensiero di ricongiungermi
alla natura, a Madre Natura, mi accendeva il fuoco nelle vene, mi faceva
ricordare di essere uomo, e non solamente un impiegatuccio, sebbene
non lo fossi, da 2 milioni al mese, tredicesima e bei sorrisi sulla
faccia.
Avevo bisogno della scossa.
Quella scossa che in tutta
la mia vita avevo provato, cercando di dominare l’onda, che poi
è la metafora della vita, che è libera, che può essere dominata, ma
che è imprevedibile e che prima o poi finisce.
La scossa, dicevo, l’avevo
avuta visitando il sito del Risky, leggendo "Il delfino", amando "Bodhi"
di "Point Break" e piangendo per i ragazzi del "Big Wensday" e di "Endless
summer".
Mi sentivo, e accettate il
paragone per quello che è, come il Richard di Alex Garland nel romanzo
"L’ultima spiaggia", niente a che vedere con l’hollywodiano"The
beach".
Anyway, alla fine ero arrivato.
L’essere guardato come
un alieno mentre vagavo per l’aeroporto con il mio minimalibu
sotto braccio mi faceva sentire bene: "cazzo guardate?…..io posso
dire di sentirmi vivo e voi?" legati al dover apparire ad ogni costo,
con la consapevolezza di fare le ferie di Pasqua in sardegna, con il
telefonino dell’ultima generazione in mano, con il set da 12 valigie
di Vuitton, tutti uguali, tutti in serie, tutti con la casetta in costa
smeralda!
Non ho niente contro di voi,
ma non mettetevi sulla mia strada!
E poi ci fu il destino.
Il destino c’è sempre
ma in particolari momenti si fa sentire più vivo e presente.
Sono sul viale fuori dall’aeroporto,
con le palme e il sole che fa capolino, e mi sto chiedendo se è meglio
fare l’autostop fino alla destinazione più vicina ad Alghero o
se noleggiare una macchina di merda e dirigersi verso il nord un paio
di giorni e poi verso l’ovest, precisamente Capo Mannu.
In quell’attimo squilla
il mio vecchio cellulare, l’unico bene realmente consumista che
mi ero concesso per quella vacanza purificatrice………..
-si….
-sono Morgan, dovresti essere
appena arrivato, vengo a prenderti amigo.
-si, ma…..pronto?
-………………..
Marco Todescan
(...il resto nella prossima uscita)
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