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Menu M.à.V. < issue #13: ilgrido
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ilgrido mail"aaaargh!!"virtuale
a volte ho proprio bisogno
di gridare... è una cosa che si accumula dentro, ed esplode quando meno
me l'aspetto... tipo in macchina, mentre guido tranquillo per i fatti
miei... oppure, in centro città quando osservo i volti freddi dei Padovani
intenti a fare shopping.
mi sento rilassato dopo un
buon grido... dopo uno strepito così forte da lacerare la gola e strizzare
i polmoni.
qualche anno fa, nel sabato
sera dopo un'intera settimana passata a fare cose vuote, io ed
i miei amici gridavamo all'unisono... così senza spiegazione... vi siete
mai chiesti quale segnale spinga uno stormo di piccioni a levarsi in
volo tutt'insieme?
credo di conoscerlo...
eravamo soliti a girare in
macchina, verso qualche destinazione, in 4-5... ragazzi, ragazze...
ci capivamo e nessuno era estraneo. arrivava sempre il momento in cui uno
partiva e gli altri quasi in contemporanea, lo seguivano; una sola unica
parola, sbraitata: "aaaaaaargh!!!". fino alle lacrime, fino a non aver
più fiato, fino a smettere, per poi lasciar passare un po' di tempo
in silenzio, ad ascoltare ciò che resta... e scoppiare subito a ridere
al primo sguardo fra noi.
bei ricordi.
ogni grido ha un colore ed
un'identità, spesso inafferrabile... non sempre un grido viola significa
angoscia... perché dal viola, gridando si corre verso il rosso rabbioso
e poi, verso il blu... e quanto più profondo esso diverrà, tanto più
pacifico sarà...
OFF.
REW.
A. Baricco nei suoi romanzi
parla spesso di quanto imprevedibili siano gli eventi... in "Novecento",
ne parla facendo l'esempio di un quadro che cade: FRAN! cade per terra
senza ci sia stato un minimo avvertimento, senza nessun motivo apparente...
FRAN! cade.
quasi che il chiodo si sia
messo d'accordo con il quadro:
"allora intesi, fra sette
anni e tre giorni... il 15 maggio, verso le sei e un quarto io mollo
tutto...";
"ok! ci sto, buona notte";
"'notte".
il 15 maggio alle 6 e un
quarto: FRAN! cade.
non è questo il grido?
ogni qualvolta accade qualcosa che rimarrà stampato, si è consumato
un grido.
già, perché quando il quadro
cade, il suo grido non c'è più... ha strepitato il suo silenzio
per tutti i sette anni e tre giorni in cui è rimasto appeso al chiodo...
ma tutti se ne sono accorti soltanto nel momento in cui... FRAN!!
(tornano ricordi).
PLAY.
ora aspetto... ora aspetto...
ora aspetto.
ma non ho pazienza...
FFW.
P.S.: in un testo, contenuto
in una raccolta di racconti dell'orrore, ho trovato queste inquietanti
parole:
"Crane era impressionato
anche da un'altra idea di Croydon. Lo studioso criticava con violenza
la deliziosa teoria di Darwin secondo
la quale l'uomo aveva imparato a parlare imitando i richiami d'accoppiamento
degli uccelli.
No, diceva Croydon; l'uomo
era in origine un animale vocalmente taciturno come il cavallo e il
gorilla, e come il cavallo e il gorilla emetteva pochi suoni sotto la
spinta di un estremo dolore o di un estremo terrore. Ma aveva imparato
ad emettere regolarmente quei suoni quando gli Dzaimbù gli avevano inflitto
atrocità indicibili, cose alle quali Croydon non poteva pensare senza
vomitare. Il linguaggio umano non era che l'elaborazione di un originario
urlo di terrore."
f.Guin - MAV
ilgrido
Dimitri Misero - La casa d'inverno.
Non avevo un posto dove andare, quest'inverno.
Il Ciampa mi disse che potevo stare da
lui, aveva una stanza in più.
Non ci incontravamo quasi mai, se non nelle
ore più improbabili. Allora ci fermavamo a parlare e a bere, seduti
sui relitti di due poltrone, affondate in un angolo del soggiorno. Fino
ad essere ubriachi fradici.
Potevo arrivare alla mia camera solo passando
per la sua, per questo un giorno costruimmo una parete divisoria con
dei fogli di polistirolo trovati in un angolo della cantina, ma non
era che un palliativo. Alla porta della mia camera mancava la maggior
parte delle assi e ogni volta che la chiudevo dovevo stare attento che
non mi si sbriciolasse in mano.
Gli ultimi tempi il Ciampa non tornava
neanche più a dormire ed io ne approfittavo per non passare la notte
da solo.
Una volta tornò inaspettatamente e l'indomani
fece finta di non aver sentito niente.
Continuai a portare compagnia e alla fine
mi dimenticai della porta sfasciata, della parete di polistirolo ed
anche di lui
Il problema vero era il freddo. Non avevamo
che un camino al piano di sotto ed una scalcinata stufa a gas che si
accendeva con delle gran fiammate. Ma restavamo spesso senza bombola
e la notte diventava una faccenda seria.
Le coperte come fradice.
Cercavo sempre di dormire a lungo. Qualche
volta, se la vicina non si metteva a discutere sotto la mia finestra
come spesso faceva, riuscivo a risvegliarmi alle tre del pomeriggio.
Era l'unico modo, in quel periodo, per ritardare la paura.
Non trovavo mai il coraggio di alzarmi
dal letto. Affrontare quella casa fatiscente mi dava malessere.
La prima stanza da attraversare era quella
del Ciampa. Varcandone l'oscurità venivo assalito dall'odore acre di
polvere, birra acida e posacenere mummificati. Non ho mai visto la luce
del sole, in quella camera. La finestra sbarrata da pile di libri, giornali,
dischi.
Poi venivano le scale immerse in una luce
violenta che pungeva gli occhi. Infine il buio totale del soggiorno.
Il Ciampa non sopportava l'idea di esser
visto dalla gente in strada: per questo decise di oscurare, con del
canniccio, l'unica finestra di quella stanza. Si doveva sempre accendere
la luce, giorno e notte. Solo allora potevo veder emergere la sala in
tutta la sua squallida fatiscenza. I fili elettrici inchiodati al muro.
La muffa stava divorando le pareti e nei
giorni di pioggia saliva odore di piscio e si staccavano pezzi d'intonaco
fradicio, anche dalle scale. All'inizio cercai di pulire ma capii che
era inutile e smisi.
Non ho mai trascorso un'intera giornata
in quella casa. Mi lavavo e vestivo in fretta per uscire. Ma non c'era
un posto dove dovessi andare. Mi inventai qualche priorità, per perdere
il tempo che rimaneva prima di attaccare al lavoro.
Ho passato un inverno, con la mia sete
di luce solare, in quella casa.
In letargo.
D.T. - un Rito.
...ogni primavera, in una
tiepida sera, sopra la collina, si rinnova il Rito del Serpente.
Ero piccola piccola e il sacro fiume era mio amico. Una mattina di aprile, mi abbracciò tra le sue gelide acque... rischiai la vita... mi salvò il mio cane, fedele compagno di viaggio, un pastore tedesco inseparabile da quella incontenibile ragazzina sempre alla ricerca di nuove avventure. Giurai che mai più avrei sfidato il corso dell'acqua... ma il nonno, uno spirito che conosceva da generazioni, quel greto mi disse... "nessuno di noi, che facciamo
parte del popolo del Piave, può allontanarsi dalle sue sponde per
sempre... lui fa parte della nostra anima... se lo temi o se lo sottovaluti,
ti intrappolerà in ogni caso con la sua possente forza e non farai
più ritorno... devi conoscerlo, amarlo... solo così lui ti rispetterà."
Mi sfiorò i capelli, sorrise e mi prese per mano... pochi momenti prima ero nella sua trappola... ora lo stavo attraversando, in braccio di mio nonno. Singhiozzavo nel pianto... e presto mi trovai seduta su di una roccia, guardavo la mia guida, mentre accovacciato sul pelo dell'acqua, dimenava le braccia tra i sassi scostandoli con cautela per non offuscare la limpidezza della corrente... ...momenti chiari che ora ho risvegliato dai ricordi della mia infanzia... Non ricordo quanto tempo passò... forse pochi minuti, forse un'eternità... so solo che seguivo ogni suo gesto, ogni movimento... fino a quando emerse dall'acqua la preda: la ricerca era finita. Si girò verso di me ed innalzò le braccia al cielo... tra le sue mani il re del Piave... il temuto re nero e giallo, divoratore di tutte le piccole creature dell'acqua... tranne che di noi. Iniziava da quella mattina un rito, il rito mio e del nonno... per rimanere protetti dal Piave, contro tutte le sue insidie. Camminando su per la collina, la stessa a cui affido il riposo della mia mente alla sera, tenevo tra le mani quel serpente dove avevo riposto tutte le mie paure... si dimenava, ma non lo temevo, la paura di essere di nuovo inghiottita tra le acque era superiore. ...dalla collina il fiume diventa piccolo piccolo, meno temibile. Il suo corso a volte è nitido tra i suoi ruscelli, a volte scompare tra la vegetazione... Il nonno prese il serpente tra le sue mani, gli parlò... e fece parlare anche me... in fondo lui era solo una vittima innocente. Mi fece allargare le braccia, guardare verso il fiume... e posò il Re nero sulla mia gamba destra... lo trattenne per la coda, mentre il serpente si dimenava su di me. Mollò la presa e mi lasciò per pochi istanti sola... mentre le mie urla si facevano eco tra la vallata... scacciai la paura. Mi sorrise, riprese la creatura per la coda e ritornammo al fiume per liberare quell'essere che era solo nostro simbolo. Ero felice, spaventata, eccitata, saltellavo... avevo sei anni... ora il tempo è trascorso... il nonno non c'è più... in suo ricordo, ogni primavera il rito si rinnova... scaccio le mie paure, mi immergo nei ricordi... e quando solo lassù, nella mia collina, con un serpente avvinghiato nella gamba, sembra sciocco ma non mi sento più sola, il nonno è con me e da qualche sta mi sorridendo... come mi osservasse... quest'anno il serpente era di 1,30 m... la nonna adora misurarli... era uno dei grandi biscioni neri di campagna... l'ho lasciato libero come sempre... utile x mangiar pantegane, che ne sapeva lui del rito? Eppure se ne stava li imbambolato sui
sassi...
chiflado
- i racconti delle vecchie.
il sudaca (11-10-02) I racconti delle vecchie sono racconti di vecchie, avviliti come sono avviliti los mates amargos i carnevali le donne brutte certa classe di ubriaconi e la polizia Ci costa tanto dire la verità perché siamo gente brutta, dai: mentire, mentire, mentire… la mia moralità è questa, non dico bugie e farò quello che avrò voglia i preti e le suore le bandiere nazionali la destra i zoppi le sfilate militari Sono ridicoli, bugiardi, così bugiardi come i turchi i rossi di capelli gli zingari e i politici Non ho niente contro di loro, bugiardi! soltanto bugiardi I governi sempre sono ricchi e i popoli sempre poveri; le bandiere sono rosse, bianche, azzurre, sono bandiere con spade, stelle, catafalchi, non interessa: i governi, ricchi i popoli, poveri come sono poveri quelli che hanno solo soldi quelli che non hanno soldi i cani e i bambini della strada i condannati e la polizia ilsangue - (la nottata appena trascorsa)
tra turni di lavoro e lezioni serali, nessuno sarebbe uscito
prima di mezzanotte.
bisognava riempire il vuoto fino alle 24.
le 22.
la casa divenne pesante; presi l'auto e me ne andai.
nella pseudo-osteria-enoteca-birreria-bar della stazione, qui
vicino, trovai un paio di amici.
se la filarono dopo un paio di bicchieri e un paio di chiacchiere
con me.
erano appena le 22 e 40.
per arrivare al luogo dell'appuntamento bastavano 10 minuti.
allora andai a farmi una passeggiata nelle vie del centro.
in un quarto d'ora il mio viaggio era ormai concluso.
lentamente mi avviai alla macchina.
mi accorsi soltanto in quel momento di non averla mai vista così
da vicino.
ne approfittai.
solo per un po'.
non era per niente interessante.
decisi di usarla, e mi avviai verso l'appuntamento.
arrivato, avrei aspettato fuori... forse mi sarei inventato qualcosa.
per strada notai un luogo intrigante.
ma per raggiungerlo bisognava sterzare ed infilarsi in una stradina.
preso dall'indecisione tirai dritto, il problema fu risolto con
un'inversione di marcia.
il luogo era un gruppo di caseggiati abbandonati.
fra cui un vecchio cimitero ed una chiesa forse sconsacrata.
una certa orizzontalità caratterizzava il complesso.
sembrava un gigante disteso.
era lontano circa 70 metri dalla strada.
e fra la strada e il complesso, ci stava un prato ed un parcheggio
di ghiaia.
e sul parcheggio di ghiaia, si alzava il campanile.
due linee di fuga: il complesso lungo e basso, il campanile alto
e slanciato.
c'era armonia.
luce gialla dei lampioni dove serviva. una bella luce.
all'entrata del parcheggio, a destra della fine del viale alberato,
c'era una specie di porta da calcio.
alta due metri e venti, impediva a certi veicoli d'entrare.
in fondo al parcheggio ce n'era un'altra. uguale.
lasciava entrare alla sinistra della fine di un altro viale alberato.
uguale all'altro.
il parcheggio aveva così l'aspetto di un campo da calcio. in
ghiaia.
parcheggiai vicino al campanile.
il campanile era vicino al basso muro di recinzione del cimitero.
il cimitero era praticamente il cortile della chiesa.
dunque, cimitero di fronte alla chiesa a capo di una serie di
edifici abbandonati. campanile di lato al cimitero.
era tutto piuttosto fatiscente.
non entrai.
anche se il cancelletto in ferro era aperto per metà.
mi appoggiai al muro del campanile.
da li potevo vedere le tombe.
alcune erano abbandonate. senza fiori. senza croce.
altre erano vecchissime. sulle lapidi mancavano alcune lettere
di bronzo nei nomi e nelle date.
qualche lume accesso. qua e la. aveva appena smesso di piovere,
la luna stava uscendo.
aria autunnale.
fruscio di foglie mosse dal vento.
e nient'altro.
mi sentivo un darkettone.
non sapevo perché mi trovavo in quel luogo. e non lo avrei mai
saputo.
ascoltai in silenzio.
fissai un lume.
cercavo qualcosa.
tentai un dialogo coi morti.
cercavo di vedere le loro storie: cosa li ha portati in quel
luogo, cosa c'è stato prima... la moglie di quello com'era? ella
avrà avuto dei figli? ed i figli dove sono ora? sei tu, quella a
fianco di lui? chissà che colore hanno le tue ossa... e le parole
che pronunciasti che fine hanno fatto? la tua lingua che cibi avrà
gustato? le tue labbra, quante bocche avranno baciato? e la tua
guancia quanti schiaffi avrà ricevuto? quanti occhi avrai scavato
con lo sguardo? e le orecchie... le tue orecchie hanno mai sentito
una voce sussurrare: "ti amo"?
aria fredda mi accarezza la faccia.
immagino i morti seduti sul muretto di fronte a me.
parlano fra loro, scambiano commenti sui miei vestiti, leggono
i miei pensieri, la mia vita passata e futura, vedono la donna che
amerò, vedono me da bambino mentre con gli occhi gonfi dal pianto
osservo la mia nonna in fin di vita e per la prima volta mi rendo
conto che la vita può finire...
le fiammelle dei lumi tremolano
raccontatemi una storia - dico.
niente.
solo aria fredda che mia accarezza la faccia.
raccontatemi una storia, sono solo - dico ancora.
niente,
solo il rumore di una fiammella che trema.
ed il mio respiro.
lento.
rimasi in ascolto per un tempo infinito. ciò che ascoltai non
potrò mai ricordarlo.
ma fu una storia bella & triste, insopportabile & fantastica.
...
la campana delle 24 mi riportò alla realtà.
era tempo di andare.
salutai con lo sguardo e mi voltai.
sulla portiera dell'auto mi fermai... qualcuno viene con me?
- chiesi.
solo aria fredda che mi accarezzava la faccia.
lasciai la portiera aperta ancora per un po.
poi me ne andai.
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e' on line spectruMp3
0.1
la prima compilation di SPECTRUM:
17 artisti
80 minuti di audio
liberamente scaricabile
liberamente masterizzabile
con copertina stampabile
buon ascolto
films.
"fin qui, tutto bene. Solo che il problema
non è tanto la caduta, ma l'atterraggio."... ho ritrovato questa frase
l'altra sera, è il concetto chiave su cui, almeno esteriormente, ruota
"l'odio", "la haine", film di Mathieu Kassowitz datato 1995...
mi è capitato tra le mani proprio l'altra sera... "said baise la police"... bello, veramente bello come film... poca
retorica, low budget (non ci sono effettacci, attori hollywoodiani e neanche
scenografie miliardarie), mostra che a volte, sei costretto a prendere
in mano la situazione anche se i metodi, potrebbero non andare d'accordo
con i tuoi ideali perchè la realtà che ti si ricama intorno spesso, ti
coglie di sorpresa... e gli ideali non contano più nulla... appunto,
il problema è l'atterraggio... cioè, quando devi affrontare l'inevitabile.
altro film: "crash" di David Cronenberg, tratto dall'omonimo
romanzo di James G. Ballard del 1973... ricchissimo di spunti sulla modernità...
ha influenzato un sacco di gente che opera nell'odierno paesaggio
dell'arte...
il film racconta di persone
che sperimentano l'incidente stradale, coniugandolo col sesso, alla ricerca
di emozioni stordenti... del resto uno dei protagonisti, Vaughan, cita:
"la possibilità di un felice incontro sessuale tra il corpo umano e l'automobile".
lo stesso protagonista che
inscena incidenti storici (illegalmente, davanti ad una piccola platea),
tipo quello di James Dean con la sua Porche maledetta... i personaggi,
si divertono a ricostruire l'incidente nella sua dinamica ed a riviverlo
sulla propria pelle... mentre ciò accade, mentre sfreccia con la porsche
contro il camioncino, egli narra alla platea le sue sensazioni e quelle
di James... poi l'impatto... e dopo, qualche cicatrice in più sul
corpo.
fondamentali le cicatrici...
infatti, quando un'altro dei protagonisti, Ballard (che entrerà in contatto
con la realtà dell'incidente, solo dopo averne subito uno terribile),
chiede a Vaughan che senso abbia inscenare incidenti veri e poi fotografarne
i risultati, l'uomo risponderà: "è una cosa nella quale siamo tutti intimamente
coinvolti: il rimodellamento del corpo umano da parte della tecnologia".
fG
segnalazioni.
> succoacido.it
<SUCCO ACIDO,
mensile gratuito di arte, cinema, fumetti, libri, musica,
teatro...in lenta fermentazione
su carta & online
> maurosaccardo.com
< sito personale/book di un giovane artista veneziano.
eventi. sabato
9 novembre 2002 - Vigevano @ CSA LA SEDE
ANATROFOBIA
RONIN
l'esordio live dei Ronin patrocinato
dagli Anatrofobia : non potete mancare !
CRASH LIVE - OGNI DOMENICA
DI NOVEMBRE - Torino @ Shock Club
Domenica
10 novembre
2002
MADRIGALI MAGRI
CHRISTIAN RAINER
Domenica 17 novembre
2002
LARSEN
RONIN
Domenica 24 novembre
2002
DEEP END
ULTRAVIOLET MAKES ME SICK
Questa rassegna dimostra che si può fare
una programmazione coraggiosa e di qualità . Ora sta a voi supportare
questa iniziativa .
mail art virtuale n° 13 ottobre 2002
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