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lorena p.

sogno

ogni sera, troppo stanca. decidi di farti inghiottire dal sonno per assaporare orizzonti migliori. il dormiveglia passa il testimone al buio e così inizi a precipitare nella voragine che ti conduce al paradiso. la chiave onirica ti aprirà la porta che la realtà ha sprangato. tu hai bussato più volte ma nessuno ha aperto, tendi l'orecchio ma non senti alcun rumore.
ogni notte ripeteva quello stesso sogno. anche lei si era lasciata risucchiare dall'enfatizzante atmosfera d'appagamento. il sogno, in fin dei conti, ripara ciò che la razionalità guasta nel nostro perfetto immaginario.
era distesa su un prato verde. piccole gocce di rugiada scivolavano su fili d'erba, sottili steli reggevano boccioli in fiore irradiati dalla prima luce. un timido sole avanzava fra le candide nuvole disperse in un cielo diamantino. la mattina si annunciava splendida.
al suo sollevarsi, le fece fronte un paesaggio sterminato: al di là del pascolo s'innalzavano impervie ed innevate montagne, sconfinate dal corso di un fiume che raccoglieva le sue acque in un lago, non molto distante. decise di fare una passeggiata ogni singola e più nascosta particella di quel luogo. quella vista l'affascinava, voleva viverne a fondo il senso di pace che la pervadeva.
iniziò a camminare, a piedi nudi, su un percorso ciottolato che la condusse vicino allo specchio d'acqua. sembrava non esserci alcuna presenza vitale in quel posto così estraneo ed indisturbato alla normalità. si chinò davanti al lago, sporgendosi leggermente fino a vedersi riflessa. il volto diafano era incorniciato dalle pietre, stese sul fondale. era triste. mordicchiava le labbra come fosse consapevole di quel suo stato d'animo malinconico, duraturo come neve perenne. non voleva riguardarsi. era troppo violenta la visione della sua realtà personale.
non era mai riuscita ad apprezzare nulla, mai nulla, di ciò che aveva o poteva. non era mai riuscita ad essere contenta perché desiderava l'impossibile. voleva una pace fatta di silenzio e solitudine, dove né voci né pensieri altrui potevano distrarla da quello stato di quiete momentanea.
ora, invece, si rendeva conto che erano la sua anima solitaria e le sue parole assenti ad infastidirla.
fuggì via, correndo a valle, verso il fiume rombante del suo corso impetuoso. ad ogni passo si ripeteva di non aver visto nulla, il rumore avrebbe cancellato quel vuoto che la lacerava. doveva riempirlo, colmarlo... con cosa? si fermò. era davanti al sinuoso serpente: si muoveva prorompente tra le rupi, e se avesse scavalcato gli argini avrebbe certamente distrutto ogni cosa di quel meraviglioso luogo, anche se così anonimo di vita.
non le piaceva quella immagine così irruente della natura. quel suono varcava il limite della sopportabilità, invadendola di paura. una persona carica di così tanta veemenza avrebbe di sicuro chiuso a se stesso il proprio spazio vitale. la violenza t'estranea dal contesto, non ti ci fa rientrare. e lei aveva bisogno di questo. decise di riprendere il suo cammino e recarsi lassù, sulle montagne di zucchero filato, i cui pendii glassati le infondevano calma. attraversò il ponte che l'avrebbe condotta nel regno delle nuvole.
arrivata all'altra sponda, perse le tracce del sentiero di pietre. nessun percorso era più segnato: la distesa di neve si stagliava uniforme. una nuova sfida l'aspettava. era sola, e lei, unicamente con la sua forza, poteva raggiungere l'apice, costruendo da sè la propria via. l'impresa era invitante.
era come in una dimensione ovattata nel fruscio del vento e nella freschezza della polvere di ghiaccio, isolata da tutto ciò che aveva visto fino a poco prima.
ora, iniziava il viaggio in un mondo parallelo che non lo spaventava, non era piatto né labile, non era incontenibilmente passionale. era di un'atmosfera rarefatta, plasmabile dalle sue mani e dai suoi pensieri. avrebbe costruito un sentiero di rose, su cui sarebbe stato difficile camminare a causa delle spine, ma si sarebbe punta da sola, avrebbe sanguinato e sarebbe guarita con l'aiuto di se stessa. con amorevole cura, avrebbe accudito le sue ferite fino a farle rimarginare. doveva prestare attenzione a non farsi del male troppo spesso, calcolare l'esatto equilibrio che salvasse le sue giornate per non precipitare nell'assurdo. ed ecco che all'improvviso non sentiva più freddo, nonostante fosse in cima ai monti. la vista del paesaggio sottostante era meravigliosa e non provava più timore per la calma apparente del lago o per la violenza distruttrice del fiume.
si sarebbe svegliata da quel lungo sogno, con il sorriso più radioso che avesse mai avuto. con la profonda convinzione che sarebbe riuscita a sciogliere le lastre di ghiaccio che imprigionavano il suo cuore.